“Vattene, stasera vieni con la tua macchina e lo prendi”. C’è un’intercettazione nell’inchiesta “Metamaria” che spiega bene l’atteggiamento del boss ergastolano Filippo Barreca. È la vicenda che, suo malgrado, riguardava un operatore ecologico addetto alla raccolta dei rifiuti nei quartieri di Pellaro e Bocale. Quest’ultimo si lamentava che alcune signore non differenziavano i rifiuti in modo corretto. L’episodio lo racconta lo stesso Barreca che, a un certo punto, ordina al netturbino di raccogliere la spazzatura al di fuori dell’orario di servizio e utilizzando la sua autovettura. In un primo momento, il malcapitato se ne va e lascia l’immondizia fuori casa del boss. Dopo aver capito chi fosse, però, l’operatore ecologico gli rivolge “scuse ossequiose”: “Il giorno dopo gli ho fatto trovare il sacco là… come è arrivato… ho risposto al citofono, ‘chi è?’. ‘Ah sapete mi dovete scusare per il fatto di ieri’”. Barreca “per tutta risposta, – scrive il gip Tommasina Cotroneo – lo ha malmenato ed insultato, facendogli presente che giammai avrebbe dovuto rifiutarsi di prelevare i sacchi dell’immondizia, a prescindere dal contenuto”. “Gliene ho date tante bastonate, – sono le parole di Filippo Barreca – ma tante bastonate… gli ho detto: ‘cornuto, vedi che al mattino, tu lo sai perché ti alzi al mattino? Perché lo voglio io! Tu sei un cornuto, un figlio di buttana, da oggi in poi quando (vieni, ndr) qua a prenderti la spazzatura, pure che trovi pietre te li devi caricare per portartele e tutti i giorni ti devi prendere la spazzatura, no la differenziata, quella che ti metto nel sacco, hai capito scemo! E vattene e non rompere il cazzo!’”.

L’operazione “Metamaria” è stata condotta all’alba a Reggio Calabria. 28 le persone arrestate: 25 sono finite in carcere e 3 ai domiciliari, compresa la figlia del boss, Luana Barreca. Oltre che nella città dello Stretto, il blitz dei carabinieri è scattato nelle province di Cosenza, Milano, Varese, Como, Livorno, Firenze e Udine. Ai boss e ai gregari delle principali cosche del mandamento centro, la Dda di Reggio Calabria ha contestato i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, concorso esterno, trasferimento fraudolento di beni e valori aggravato dall’agevolazione mafiosa. Due sono i filoni dell’inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri e dai pm Stefano Musolino, Walter Ignazitto e Giovanni Calamita. Le indagini sono partite all’indomani della scarcerazione del boss Filippo Barreca. Mandato ai domiciliari per motivi di salute, secondo i pm una volta che l’ergastolano è ritornato a Pellaro e Bocale ha iniziato a rimettere in piedi la sua cosca.

“Il tutto – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – con l’unico ed ostentato obiettivo di riappropriarsi dell’antico potere di ‘ndrangheta, facendo valere la sua fama criminale per imporre il ‘pizzo’ agli imprenditori ed ai commercianti dell’area di Pellaro, nonché per riappropriarsi, con impressionante voracità, della capacità di illecita infiltrazione in quel tessuto economico sociale”. Secondo il procuratore Bombardieri “è emerso che la detenzione domiciliare non era sufficiente a tutelare la collettività dal pericolo di reati da parte di Filippo Barreca che dalla propria abitazione si è dimostrato in grado di governare la propria cosca, con direttive concrete e specifiche e relazioni con altre cosche. Era evidente che quella misura cautelare che doveva ritenersi adeguata per ragioni di salute è stata ritenuta, prima da noi con la richiesta e poi dal giudice con l’ordinanza, insufficiente a tutelarci”. Per i pm la “sistematica violazione delle prescrizioni imposte dal magistrato di sorveglianza rappresentava per Barreca, incurante delle limitazioni connesse al suo status detentivo, condicio sine qua non per continuare a governare la propria ‘ndrina. L’abitazione di contrada Zambaldo, che avrebbe dovuto costituire il luogo di ricovero di un anziano ergastolano malato, diventava, in realtà, la base logistica di una pericolosa cosca di ‘ndrangheta, rivitalizzata dal ritorno del suo carismatico capo”.

Tutti dovevano pagare se lavoravano a Pellaro. Anche le ditte che facevano riferimento ad altre consorterie mafiose. A proposito, nell’inchiesta è indagato anche il boss Carmine De Stefano, figlio del mammasantissima defunto don Paolino De Stefano. Grazie anche alle dichiarazioni del pentito Maurizio De Carlo, secondo gli inquirenti Carmine De Stefano avrebbe fatto valere il proprio ruolo sia nel suo intervento per “aggiustare” un’estorsione ai danni di un supermercato ad insegna Conad, sia per mediare tra i rappresentanti della cosca Barreca e le persone offese per la determinazione di importi, tempi e modalità di versamento delle somme di denaro. Non solo con gli “arcoti” De Stefano. La Dda e i carabinieri sono riusciti a ricostruire i rapporti tra i Barreca e i rappresentati di vertice di tutte le maggiori articolazioni della ‘ndrangheta reggina quali i Labate, i Condello, le famiglie di ‘ndrangheta di Santa Caterina, i Ficara-Latella di Croce Valanidi e i Libri.

A Totò Libri, giovane reggente della cosca di Cannavò, il boss Barreca ha bloccato sul nascere le ambizioni sull’appalto per la posa della fibra ottica nell’area pellarese: “La fibra passa da qui compare ‘Ntoni?… Sapete che… le nostre cose, la nostra disponibilità, voglio dire… a livello di amicizia… rispettosa! Antonio se io non vi rispetto voi non mi dovete rispettare. Perché una cosa ne dobbiamo parlare una volta, perché oggi se la parliamo due volte… si vede che c’è qualcosa… facciamo danni. Voi sapete come sono le cose…io so come sono le cose… come volete conto voi, io voglio conto di me… sappiamo come sono i rispetti, se è una cosa diretta a noi altri, a noi ci rimane pure un euro, capite!”. La regola era semplice e la dettava Filippo Barreca sempre a Totò Libri: “Finitela di coglioneggiare… Si certo, che vengano quelli della Piana, che vengano, che vengano da tutte le parti di venire a bere un caffè, state scherzando con noi!”. Nelle carte della Dda c’è un vero e proprio manuale della ‘ndrangheta. Il capitolo sulle estorsioni lo ha scritto sempre Filippo Barreca: “Da oggi in poi se non mi portano i soldi, lavori non ne fanno più, né a Saline, né a Pellaro, né a Lazzaro e nessun posto, nemmeno a Reggio… se non ci portano i soldi, nemmeno un chiodo mettono qua”.

La seconda ordinanza emessa nell’ambito dell’operazione riguarda invece l’attuale assetto organizzativo e la perdurante operatività della cosca Condello. Dopo l’arresto del “Supremo” Pasquale Condello, nel 2008, e quello di suo cugino Domenico detto “Micu u pacciu”, le indagini della Dda – scrive il gip Karin Catalano – “hanno il merito di immortalare la composizione dell’attuale linea di comando della cosca Condello, individuando in Demetrio e Giandomenico Condello, i reggenti apicali rimasti in libertà”. Sono stati arrestati anche gli imprenditori ritenuti dai pm “in quota Condello”: Nicola Pizzimenti, Santo Germanò, Luigi Germanò e Francesco Giustra. Quest’ultimo, per conto della cosca di Archi, “ha operato l’alienazione dei veicoli Leonia”, la società mista che fino a qualche anno fa si occupava della raccolta dei rifiuti prima di essere travolta dalle inchieste antimafia.

Dopo aver collaborato con i liquidatori contribuendo alla stima dei mezzi, la sua azienda Giustra si era aggiudicato “il parco veicolare della Leonia Spa, sottoscrivendo il relativo contratto, ad un prezzo di 622.500 euro, pagando la prima rata di 200mila euro”. Il destinatario finale del parco mezzi della Leonia, che si sarebbe occupato poi della commercializzazione al dettaglio dei veicoli, era la “Urban Eco Movin Srl”. Questa avrebbe potuto presentare direttamente la sua offerta d’acquisto avendo le capacità economiche necessarie allo scopo. E invece “si realizzavano una serie di transazioni, – scrive il gip Catalano – aventi ad oggetto lo stesso bene, con la progressione successiva del suo valore, all’interno del quale occultare e garantire gli interessi economici della ‘ndrangheta. Vi sono riscontri oggettivi che confermano questa capacità di Giustra di influenzare le determinazioni dei liquidatori”.

Con l’operazione “Metameria”, su richiesta dei pm Musolino, Ignazitto e Calamita, il gip ha disposto il sequestro di beni per un valore di 6 milioni di euro. I sigilli hanno interessato otto imprese operanti nei settori dell’edilizia ed impianti elettrici, officine meccaniche per mezzi pesanti, pulizie, autospurgo, gestioni lidi e strutture ricettive, riparazione autoveicoli. Secondo il procuratore Bombardieri l’indagine fotografa “due spaccati criminali che trovavano un punto di collegamento anche nei rapporti della cosca Barreca con i Condello. Sono dinamiche criminali che riscontrano quanto è emerso già con le indagini “Malefix” e “Pedigree” sui rapporti tra le cosche di Reggio centro”.

In una versione precedente l’articolo conteneva alcune informazioni che pur contenute negli atti dell’inchiesta non erano più attuali al momento della pubblicazione. Per questo sono state eliminate.

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