Si era accennato all’argomento nell’ultimo post, tanto vale affrontarlo. Anche perché sembra ormai opinione comune che un albero al ventesimo piano abbia la stessa sostenibilità di uno in piena terra. Ma soprattutto rischia di essere conteggiato come spazio verde nei progetti di riqualificazione urbana, giustificando nuovo cemento. Ovviamente parliamo di lui: il Bosco verticale nel quartiere milanese di Porta Nuova, edificio pluripremiato a livello internazionale e icona globale di biodiversità urbana, a firma dell’archistar Stefano Boeri. Difficile non vederlo apparire, in splendide angolazioni, ogni qualvolta si parla di città sostenibili. E ora non lontano potrebbe sorgere l’orto botanico verticale, stessa firma, e chissà cos’altro. Quello dell’albero in sospensione è una vera e propria moda (o mania) onnipresente nei masterplan dei nuovi progetti, come un marchio di garanzia.

I numeri sono impressionanti. Sulle due torri di 80 e 112 metri campeggiano 800 alberi, 15.000 piante perenni e 5.000 arbusti. Non sto a snocciolare i dati sulle tonnellate di CO2 assorbite a sull’ossigeno immesso in atmosfera, nonché sulla fauna insediata stabilmente sulle pareti verdi – centinaia di esemplari tra insetti e uccelli – con buona pace dei proprietari. Ma basta fare un giro sul web per trovare migliaia di articoli sui benefici ambientali dei boschi verticali, con misurazioni in lungo e in largo della qualità dell’aria. Quasi meglio del bosco vero.

Non troverete nulla invece – io almeno non l’ho trovato, ma sono pronto ad essere smentito – sui costi (sempre ambientali) di questi giganteschi manufatti. Tra i pochissimi, ce lo ricorda un articolo di Lorenzo Vagaggini, dottore forestale che reclama, appunto, la mancanza di convincenti analisi costi-benefici. Tutti guardano al risultato ma nessuno a ciò che viene prima e dopo, ossia costruzione e manutenzione. Non è un dettaglio, come sa bene qualunque professionista del verde. Senza arrivare a conclusioni mi limito a porre qualche domanda, in attesa di valutazioni esaurienti.

1 – A quanto ammontano le emissioni di CO2 e di altri inquinanti generati dalla costruzione dell’intero complesso? E’ noto che gli edifici in questione non rispondono a un reale bisogno abitativo, visti i prezzi al metro quadro e il target decisamente alto di clientela, senza contare le centinaia di abitazioni sfitte di pari fascia. E il settore del cemento e dei materiali di costruzione è di gran lunga tra i più inquinanti.

2 – Qual è l’impatto della costruzione, trasporto e installazione dei rinforzi alle pareti e alle strutture portanti per reggere le alberature? E non parliamo di varietà nane, ma di alberi che potrebbero tranquillamente superare i due piani di altezza.

3 – Qual è l’energia – e relative emissioni – impiegata per pompare l’acqua a tutti i piani?

4 – Qual è l’effettivo bilancio idrico complessivo? Sia pure utilizzando le acque grigie, che coprono gran parte del fabbisogno, è noto che la terra in vasca ha bisogno di ben maggiore idratazione rispetto al normale substrato del suolo.

5 – Qual è l’impatto complessivo delle potature? Il video dei bravissimi “flying gardeners” sospesi con le cesoie è suggestivo, ma dubito che tutti si risolva in qualche leggere spuntatina. Propendo invece a immaginare quintali di sfalci e legname che dovranno essere sminuzzati, trasferiti a terra e caricati per il trasporto e lo smaltimento.

6 – Qual è l’impatto della rimozione e sostituzione delle piante, fisiologico dopo alcuni anni? Ognuno può intuire cosa significhi asportare e sostituire un albero a cinquanta o cento metro di altezza e l’inevitabile movimento di personale e di mezzi pesanti.

7 – Concimazioni e necessari trattamenti fitosanitari. Prelevate dal loro ambiente naturale, le piante hanno bisogno di concimazioni periodiche e di maggiori interventi per fronteggiare parassiti e patologie. Come vengono effettuati tali interventi? Con quali sostanze? Qual è il bilancio energetico di somministrazioni che, lo ripetiamo, devono essere effettuate su oltre 20.000 vegetali?

8 – Qual è “l’effetto rimbalzo” – e il correlato consumo di suolo – di tutte le attività di cui sopra? La sola costruzione di un grattacielo, per quanto verde e di fascia alta, comporta una serie di azioni “di rimbalzo” in termini di traffico, strade, parcheggi, servizi e infrastrutture di ogni genere, che consumano suolo e energia.

Come sempre si fa presto a dire sostenibile. Si tratta, ancora una volta, di dare il giusto peso alle parole e non certo di smontare un’icona dell’architettura. Per questo servono analisi complete e indipendenti, senza le quali si rischia di confondere facilmente marketing e realtà.

Fatto for future - Ambiente: le storie più importanti per il futuro del nostro pianeta, con dossier, approfondimenti e video per essere sempre informato

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

MANI PULITE 25 ANNI DOPO

di Gianni Barbacetto ,Marco Travaglio ,Peter Gomez 12€ Acquista
Articolo Precedente

Transizione ecologica, basta greenwashing: si faccia luce sulle ‘cinquanta sfumature di verde’

next
Articolo Successivo

“Gli impianti dell’Ilva devono essere spenti entro 60 giorni”: la decisione del Tar di Lecce è la prima mina per il governo Draghi

next