Ma davvero i salamelecchi di Matteo Renzi a Mohammed bin Salman vanno fatti risalire ad una banale venalità di cui al più sorridere? Derubricata frettolosamente dalla grande stampa ad episodio di folklore politico, la comparsata di Renzi in Arabia Saudita ne prova semmai la coerenza, non l’avidità. Prestarsi a mimare la riammissione del quasi-re saudita nel consesso internazionale, dove MbS è un appestato (i leader europei evitano perfino di avvicinarlo per non essere fotografati con lui), appare un gesto di amicizia e di stima in linea con le predilezioni mediorientali del fiorentino.

Renzi davvero crede, o preferisce credere, che Mbs sia un “baluardo contro l’estremismo islamico”. E infatti aveva regalato una qualifica altrettanto entusiastica, “grande statista”, ad un altro dittatore che combatte ‘estremisti’ e ‘terroristi’, intesi come i Fratelli musulmani, con metodi altrettanto brutali: al Sisi. Alleati di al Sisi e di MbS sono altri due amici di Renzi, Netanyahu e Mohammed bin Zayed, uomo forte degli Emirati arabi, Paese tra i finanziatori della fondazione renziana Open.

Cosa hanno in comune i tre baluardi arabi? Sono tutti nemici giurati non solo dei Fratelli musulmani, ma anche di ogni opposizione o dissidenza democratica li minacci o semplicemente li critichi. Esercitano un potere assoluto mediante le sale di tortura, al pari dei loro avversari iraniani. Non sono compatti come una lobby vera e propria, ma certo rappresentano una filiera poderosa, sommando enormi disponibilità di petro-dollari sauditi ed emiratini, strumenti di sorveglianza (israeliani), think-tank di scuola culturalista, accessi ai media legati alla destra occidentale, contiguità con grandi imprese (innanzitutto petrolifere) a loro volta influenti nella politica e nell’editoria. Renzi non ha scelto per caso i suoi amici.

Nulla esclude che le sue convinzioni non siano opportunistiche. Ma di sicuro difendendo al Sisi e MbS, Renzi fa propria una prospettiva che è totalmente estranea a qualsiasi onesto liberalismo: semmai spartisce con quelle destre dure che considerano i diritti umani un trastullo per imbecilli. L’auto-smascheramento di Renzi non ha colpito l’informazione italiana, dove del resto le sue convinzioni sono i retro-pensieri di tanti e le identità ideologiche spesso sembrano vestiti di Arlecchino. Ma è perlomeno bizzarro che nessuno si chieda, da un’angolazione semplicemente ‘patriottica’, se non occorra esercitare la circospezione verso chi gravita in giri di fondazioni internazionali che operano come agenti di politica estera, per non dire di propaganda e di manipolazione.

Grossomodo è il problema che poneva undici anni fa Foreign Affairs. La rivista americana stimava in un centinaio i Paesi che affidavano a società di lobbying il compito di proteggere e promuovere l’interesse nazionale con le pratiche spregiudicate che sarebbe imprudente affidare alle ambasciate. E’ assai probabile che nel frattempo, se non il loro numero, sia aumentata quella che Foreign Affairs allora chiamava la “privatizzazione della diplomazia, con un crescente impatto sul modo in cui gli Stati Uniti conducono la propria politica estera” (poiché i committenti sono quasi sempre governi, forse sarebbe più esatto parlare di relativizzazione della sovranità).

I contratti in uso di solito definiscono le attività di lobbying con la formula “identificare gruppi di interesse alleati del Cliente e coordinarne il supporto”. Trovare e coordinare alleati non significa necessariamente comprare: ma chi entra nel network ottiene presumibilmente vantaggi, non ultimo quello di diventare membro di un sodalizio ramificato e potente.

E affidarsi alle società di lobbying a quanto pare dà risultati. Altrimenti non capiremmo, ad esempio, perché negli ultimi anni Arabia Saudita ed Emirati da una parte, Qatar dall’altra, abbiano pagato oltre cento milioni di dollari a società di lobbying americane per screditare gli avversari, cooptando in gran segreto, innanzitutto negli Stati Uniti, politici, imprese, accademici, opinionisti, diplomatici, presumibilmente spioni. Queste attività ovviamente sono riservate. Ma talvolta capita che una fuga di notizie illumini quel mondo d’ombre.

Per esempio due anni fa la società Consulum, che lavora per Arabia Saudita e governo di Hong Kong, mise allo studio un progetto per ‘riabilitare’ l’immagine internazionale del generale Haftar, di cui la Corte penale internazionale cominciava a indagare i misfatti, e presentarlo come l’unica soluzione alla crisi libica.

In seguito abbandonato per motivi che Consulum non precisa, il progetto fu affidato ad un diplomatico britannico in congedo temporaneo (non uno qualunque: il vice-capo dell’ufficio Africa e Medio Oriente del Foreign Office). Stando alla bozza di cui ha scritto Middle East Eye, si studiò la possibilità di coinvolgere 22 soggetti influenti (‘stakeholders’ nel testo), inclusi due ministri all’epoca in carica, un generale che era consulente del ministero della Difesa, quattro parlamentari e otto noti giornalisti di media autorevoli (Economist, Bbc, The Times). E’ probabile che in seguito Haftar si sia rivolto ad un’altra società di lobbying, come del resto il suo avversario al Serraj (il governo di Tripoli ha pagato due milioni di dollari all’americana Mercury per tentare di smussare l’ostilità di Trump).

Se la politica estera americana subisce influenze straniere, come affermava Foreign Affairs, non è possibile che qualcosa di analogo accada, fosse pure in micro, anche in Italia? Non si tratta di indulgere al complottismo, sospettare in Renzi l’esecutore di una trama extra-europea dietro la fine del governo Conte 2. Ma sarebbe ora che cominciassimo a domandarci se rischiamo di scoprire che segmenti rilevanti della nostra sovranità sono profilati all’estero, e non solo nei luoghi tradizionali (Washington, Francoforte, Berlino).

Anche per questo converrà prestare attenzione a certi giochi di sponda, come pure alla nostra informazione, dove il lobbysmo globale non ha difficoltà a trovare volenterosi associati. La questione è attuale, i negoziati in corso per la formazione del nuovo governo investiranno il comparto esteri-difesa.

Uno dei non molti meriti che si potevano riconoscere al governo Conte 2 era la sua estraneità alle lobby e al capitalismo di relazione. Sarebbe desolante scoprire che il nuovo esecutivo offrirà ad alcuni partiti il destro per far rientrare in gioco tanto i portavoce di alcune grandi corporates quanto filiere internazionali parecchio opache.

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