C’è chi lo vorrebbe subito, chi lo auspica ma non troppo presto, e chi non vuole proprio sentirne parlare. È il passaporto vaccinale europeo, un documento che permetterebbe di spostarsi nell’Unione europea senza le limitazioni imposte a causa della pandemia. Ma per ora non c’è sintonia tra i Paesi e le istituzioni comunitarie sulla sua adozione. Il calcio d’inizio al dibattito lo ha dato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis il 12 gennaio. In una lettera alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sosteneva che “le persone vaccinate dovrebbero essere libere di viaggiare”. Dalla sua parte si sono subito schierati Malta e Portogallo. Il primo ministro maltese Robert Abela lo ha fatto in modo altrettanto ufficiale, con una lettera in cui definisce il passaporto vaccinale “uno strumento utile in questa crisi”, il suo omologo portoghese António Costa con una dichiarazione più sfumata: “È importante che la prossima estate le persone si sentano sicure di viaggiare nel nostro Paese”.

Al Portogallo, che detiene la presidenza di turno del consiglio dell’Unione Europea e può dunque spingere per discutere il tema in questi mesi, sembra allinearsi anche la Spagna: la ministra degli Affari Esteri Arancha González considera un documento di questo tipo inevitabile nel futuro. La stessa presidente von der Leyen ha aperto all’idea, sostenendo che la proposta andrà discussa non appena esisterà un certificato vaccinale riconosciuto dall’Oms. Ma se con una mano l’Europa scalda il motore, con l’altra raffredda gli entusiasmi. Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel sostiene che il dibattito è pertinente ma prematuro: se una simile misura fosse adottata troppo presto porterebbe frustrazione fra i cittadini. A livello concreto, i capi di Stato e di governo dei 27 avrebbero, in modo informale, comunque già messo il tema sul tavolo. Anche perché in diversi Stati europei il certificato vaccinale è già realtà: Svezia, Danimarca, Estonia e Islanda (che non fa parte dell’UE ma rientra nell’area Schengen) hanno stabilito l’emissione di un documento che certifichi la vaccinazione, l’Ungheria di un “attestato di immunità” assegnato anche ai guariti dal Covid19.

Questi documenti però hanno valenza soltanto interna, concedendo ai possessori ad esempio di evitare i controlli al ritorno in patria o di accedere a determinati eventi. Il passaporto vaccinale comunitario garantirebbe invece libera circolazione fra Paesi diversi: se non si dovesse arrivare a un accordo a livello europeo, non è escluso che gli Stati del sud Europa, pur di salvare la stagione turistica, tentino la strada degli accordi bilaterali, come già fatto di recente dalla Grecia con Israele.

Dall’altra parte della barricata, infatti, il fronte è ampio e variegato. Il presidente rumeno Klaus Iohannis considera la proposta di un passaporto vaccinale divisiva, perché taglierebbe in due la popolazione europea. È per ora scettico anche il governo francese: il ministro della Salute Olivier Véran ha sottolineato in una recente intervista che il vaccino impedisce lo sviluppo della malattia, ma non necessariamente la trasmissione del virus. Anche l’esecutivo del Belgio sembra contrario, con l’ex-primo ministro Sophie Wilmès, ora titolare degli Esteri, che parla di “discriminazione se non c’è accesso universale ai vaccini”.

In questa partita fra Stati non mancano gli interessi degli attori privati e le raccomandazioni delle organizzazioni internazionali. Da un lato l’associazione internazionale delle compagnie aeree (IATA) chiede al più presto il certificato per tornare a numeri cospicui di passeggeri, dall’altro l’Oms sconsiglia di adottarlo. Ancora assenti dalla scena europea, invece, Germania e Italia. Qui il dibattito è ancora tutto interno e verte sull’introduzione o meno di un patentino vaccinale valido entro i propri confini, cosa che il commissario all’emergenza Covid19 Domenico Arcuri definisce con ampia cautela “non una cattiva idea”.

Il governo di Angela Merkel sembra diviso tra chi vorrebbe allentare le restrizioni per gli immuni, come il ministro degli Esteri Heiko Maas, e chi predica prudenza come il titolare degli interni Horst Seehofer, secondo cui distinguere fra vaccinati e non sarebbe, di fatto, come rendere obbligatorio il vaccino nel Paese. Da questo confronto di visioni opposte può dipendere la scelta tedesca e anche il futuro del passaporto vaccinale europeo.

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