Una rivoluzione e, allo stesso tempo, qualcosa che altrove – in Europa – è già in atto. La Transizione ecologica disegnata da Beppe Grillo con le sue dieci proposte mette insieme vecchie e nuove sfide per l’Italia e si pone l’obiettivo di superare ostacoli strutturali e burocratici che finora hanno impedito al Paese di correre. A volte persino di muoversi. L’arrivo delle risorse del Recovery Plan suggerisce una sola domanda: “Se non ora, quando?”. Così, dopo le consultazioni con il premier incaricato Mario Draghi, il capo politico M5S Vito Crimi parla di “un’ambizione solidale, ambientalista, europeista” che il nuovo governo deve avere, “partendo da quello che è stato già realizzato”.

IL MINISTERO PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA – Se non ora, dunque, quando superare l’enorme problema delle competenze divise tra il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico? Come se non fosse già abbastanza complicato fare i conti con la ripartizione del potere normativo tra Stato e Regioni. D’altronde, nel nostro Paese, tutti i procedimenti autorizzatori, come le Aia, sono in capo al Mise, stesso discorso per le miniere. Anche sul fronte delle trivelle la storia racconta come le decisioni strategiche sulla proroga delle concessioni siano state e vengano tuttora prese dal Mise. Grillo propone di fondere i due dicasteri e nominare una ministra o un ministro “di alto profilo scientifico”. In questo caso, proprio in ragione delle funzioni finora affidate al Mise, sarebbe necessaria anche un’approfondita conoscenza delle procedure. Altri Paesi europei hanno un ministero per la Transizione ecologica. Accade in Portogallo, mentre in Francia si chiama il Ministero della Transizione ecologica e solidale, perché a quelle latitudini hanno messo nero su bianco che il tema ambientale è strettamente legato a quello dell’ingiustizia sociale e delle disuguaglianze. Poi l’azione è un’altra cosa e anche quello della Francia è un cammino fatto di alti e bassi. In Spagna, invece, i cittadini possono contare sul ministero per la Transizione ecologica e la sfida democratica che, quindi, tanto per fare un esempio, si occupa anche dello spopolamento territoriale, che sarà sempre più connesso al cambiamento climatico, come già avviene in altre aree del pianeta.

LA POLITICA ENERGETICA, FINE DI UN’ERA? – La competenza della politica energetica, nella proposta di Grillo, andrebbe al nuovo ministero, come avviene – anche in questo caso – in Francia, Svizzera e altri Paesi. Ed è questo un punto fondamentale, perché il nostro Paese non ha ancora disegnato una chiara politica energetica a lungo termine, come dimostra la lista di progetti, finanziamenti e leggi che finora hanno supportato, per esempio, tutto il settore del gas e poco valorizzato, rispetto alle potenzialità e alle aspettative, le fonti rinnovabili. La fusione dei due ministeri potrebbe significare la fine dell’era in cui, quando si parla di strategie politiche, economiche, industriali, il ministero dell’Ambiente deve fare sempre un passo indietro. Tra l’altro, ricordando che diversi partiti e movimenti hanno aderito al Patto per l’Ecologia per riformare il Ministero dell’Ambiente, il Wwf sottolinea da tempo come in dieci anni le risorse destinate al MATTM sono state ridotte della metà: da un miliardo e 649 milioni del 2008 a quasi 900 milioni di euro nel 2018. “Le proposte di Beppe Grillo sono ampiamente condivisibili e in linea con quello è necessario fare per la transizione ecologica la cui base, ricordiamolo, è la transizione energetica” spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, secondo cui “in tema di imposte alle aziende, specie quelle impattanti sul clima, qualunque forma di detassazione deve tener conto dell’allineamento dei loro piani industriali agli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

LE SOCIETÀ BENEFIT – Tra le proposte di Grillo, poi, anche quella di ridurre, per le società benefit o a quelle che lo diventeranno, l’imposta sul reddito d’impresa. Oggi è al 24% (ora uguale per tutte le imprese): Grillo suggerisce di portarla al 20% per grandi società benefit, per esempio con più di 5 milioni di fatturato e al 15% per le PME società benefit. Le società benefit sono una forma giuridica innovativa, riconosciuta legalmente in Italia dal 2016. In pratica mantengono la loro mission legata al profitto, aggiungendo però uno o più obiettivi legati al sociale. La Danone lo è già, ricorda il garante del Movimento 5 Stelle. Di recente ha annunciato la trasformazione anche Cortilia. L’auspicio, o la provocazione, è che siano proprio i colossi come Enel, Eni, Barilla, a diventarlo attuando una vera rivoluzione.

LO SVILUPPO SOSTENIBILE – Ma verba volant, scripta manent. Quindi il riferimento allo sviluppo sostenibile, di cui tanto si parla e che tanto si cita anche in campagne pubblicitarie che altro non sono che greenwashing, Grillo chiede venga inserito nella Costituzione. Negli articoli 2 e 9 la garanzia: la Repubblica, che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…“promuove le condizioni per un sviluppo sostenibile” e “riconosce e garantisce la tutela dell’ambiente come diritto fondamentale”. Nella stessa direzione va anche la proposta di creare in Italia, come in Germania, Francia e altri Paesi, un Consiglio superiore per lo sviluppo sostenibile con pochi membri (in numero dispari tra 5 e 9), composto di personalità di altissimo profilo scientifico, nominate dal presidente della Repubblica per un lungo mandato (5-10 anni). Una specie di “Corte suprema per lo sviluppo sostenibile, con valore consultivo, ma con grande autorevolezza e intensa comunicazione pubblica” aggiunge Grillo, che chiede anche un gemellaggio del nostro Paese con l’iniziativa della Francia ‘One Planet Summit’ e che riunisce ogni anno a Parigi i maggiori attori pubblici e privati della finanza mondiale che si impegnano per finanziare la transizione ecologica. Di più: l’idea è che proprio a Roma si organizzi il prossimo One Planet Summit, seguito da altre edizioni in altre capitali, coinvolgendo così l’intera Europa.

LA GUERRA AI SUSSIDI – Altra proposta è quella legata alla riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi. Un’impresa titanica. Grillo chiede che la riduzione venga calendarizzata con urgenza e che si proceda con ammortizzatori tecnici, fiscali e sociali per le categorie svantaggiate, come gli agricoltori. Lo chiede, a tutti i Paesi, anche la Commissione europea. E si tratta della battaglia delle battaglie, perché in Italia i Sad ammontano a 35,7 miliardi di euro: 21 miliardi sono diretti (11 miliardi solo nel settore dei trasporti, seguito da quello dell’energia con 10 miliardi e dall’agricoltura con 155 milioni) mentre i sussidi indiretti ammontano a 13 miliardi. Anche il 2020 si è chiuso con un nulla di fatto, nonostante sia stato l’anno dell’istituzione di una Commissione interministeriale per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi. In un recente dossier Legambiente aveva disegnato una road map per iniziare già dai primi mesi del 2021, suggerendo di “inserire nel Recovery plan le scelte di cancellazione di tutti i sussidi alle fossili entro il 2030, eliminare subito i sussidi diretti alle fossili (e per lo sfruttamento dei beni ambientali) e aggiornare il Catalogo dei sussidi, rivedendo subito la tassazione sui combustibili fossili”. D’altro canto anche il programma europeo per l’uscita dalla crisi economica, sanitaria e sociale del Covid, Next generation UE, chiede ai Paesi riforme e indicando tra gli interventi urgenti quelli per riorientare i sussidi verso incentivi, per chiudere la partita entro il 2030.

NON SOLO AMBIENTE – Tra le proposte di Grillo, anche quelle di un Fondo pensioni complementari per la transizione ecologica, garantito dalla Cassa depositi e prestiti e comprabile solo da cittadini che vivono in Italia e vincolato a investimenti in aziende e fondi esclusivamente sostenibili. Il garante del Movimento propone anche la creazione di un ministero per i giovani per coordinare tutte le attività a loro favore, dato che “l’Italia ha in Europa i massimi livelli di disoccupazione, emigrazione e povertà giovanili”. Sempre in questa direzione la Garanzia Giovani: se dopo 4 mesi dal compimento dei 18 anni un giovane non ha né lavoro né studio (NEET), scatterebbero automaticamente delle alternative: l’offerta di corsi di formazione, praticantati, denaro o buoni d’acquisto, finanziamento per start-up (più favorevole in caso di startup eco-sociali).

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