Doveva essere una seduta chiarificatrice, organizzata per spiegare al Consiglio regionale e ai cittadini lombardi perché la Regione è finita per una settimana in zona rossa per colpa di un indice Rt sovrastimato. Ma si è subito trasformata in una bagarre, tra le parole incendiare di Attilio Fontana che è tornato ad attaccare Roma per l’errore e le dure rimostranze delle opposizioni. Il governatore si è presentato all’Aula con un avvertimento: “La mancanza di rispetto nei confronti dei Lombardia e dei lombardi è andata oltre il consentito“. Poi ha dato la sua versione dei fatti a partire dal 13 gennaio – data di invio dei casi Covid all’Istituto superiore di sanità, al 22 gennaio, cioè quando il ministero ha revocato la zona rossa. Nel racconto di Fontana, però, non mancano buchi e omissioni: prima sostiene che la Lombardia “invia tutti i giorni i dati certificati in modo corretto così come attestato dallo stesso Iss”, poi spiega che per ottenere il ricalcolo dell’Rt la Regione ha dovuto integrare il suo flusso con “informazioni convenzionali“. Le stesse che sono previste anche per tutti gli altri territori.

Per capire di quali informazioni si tratta bisogna fare un passo indietro. Il 13 gennaio, come accade ogni settimana, l’Iss invia i dati del monitoraggio della pandemia alle singole Regioni per avere un ultimo check sui numeri prima dell’assegnazione dei colori di rischio. Alla Lombardia viene assegnato un indice Rt a 1,4, calcolato sulla base dei casi sintomatici, e dal Pirellone nessuno solleva dubbi. Due giorni dopo, quindi, venerdì 15, il ministro della Salute Roberto Speranza firma l’ordinanza che sposta in in zona rossa la regione più popolosa d’Italia a partire da domenica 17. “Fino a questo momento i dati prodotti da Iss non erano mai stati contestati”, si difende oggi Fontana. Ma in occasione del report 35 “abbiamo notato la discrepanza tra indice Rt sintomi e il resto degli indicatori, incluso l’Rt ospedaliero, orientati verso uno scenario di tipo 2, che corrisponde alla zona arancione”. La Lombardia ricalcola quindi l’Rt al suo interno, che risulta a 1,01. Così, “abbiamo chiesto una valutazione più coerente da parte della cabina di regia, che tenesse conto anche dell’Rt ospedaliero e dell’incidenza dei nuovi positivi per 100mila abitanti”.

Il governatore, però, non spiega in Aula cosa abbia davvero determinato la sovrastima dell’Rt e di chi sia la responsabilità dell’errore. Lo ha fatto al suo posto nei giorni scorsi l’Istituto superiore di sanità, scrivendo nero su bianco che la rettifica dell’indice di trasmissibilità è avvenuta solo dopo un aggiornamento di alcuni dati da parte della Regione. Come i casi sintomatici, di cui è indicato l’inizio della malattia ma nelle tabelle iniziali non erano riportate ulteriori informazioni sullo “stato clinico” dei pazienti o sull’avvenuta guarigione dopo i 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. In questo modo il totale dei sintomatici (che determina l’Rt) è risultato più alto di quello effettivo. Per l’Iss è la Regione a non aver compilato tutti i campi, mentre per Fontana la criticità è correlata “al percorso di estrapolazione di dati” da parte dell’Istituto. Se non fosse che subito dopo è lui stesso a dare un’altra versione: per far uscire la Lombardia dalla zona rossa, spiega, “ci è stato detto che non era possibile modificare il meccanismo ed è stato chiesto di inserire un valore convenzionale in un campo facoltativo per superare questa difficoltà. Senza questa operazione, l’Iss non avrebbe calcolato in modo corretto il nostro Rt sintomi. Ci siamo adeguati all’indicazione e abbiamo quindi trasmesso il 20 gennaio un flusso identico a quello della settimana precedente con l’integrazione delle informazioni convenzionali richieste da Iss“.

Si arriva quindi alla richiesta formale di rettifica: “Abbiamo formalizzato una richiesta di rivalutazione del Rt sintomi del report 35 dichiarando un’integrazione di dati a seguito del confronto tecnico con Iss e su loro precisa richiesta“, fa sapere Fontana, sottolineando che non è stato il Pirellone ad ammettere che i dati dei casi sintomatici andavano rivisti. “I nostri dati sono sempre stati coerenti con i flussi provenienti dai sistemi informativi delle Ats, mantenendo anche le eventuali incompletezze senza interventi forzati da parte della Regione”, aggiunge, alludendo al fatto che la mancanza di alcuni campi nelle tabelle inviate a Roma potrebbe essere attribuibile alle singole aziende sanitarie. “I nostri tecnici non hanno mai inserito in modo artificioso dati: a noi interessa una valorizzazione realistica della pandemia”. Nel suo discorso Fontana cita inoltre diversi scambi di messaggi tra la Regione e l’Istituto superiore di sanità, ma non ne menziona uno: si tratta dell’email datata 7 gennaio (cioè ben prima che scoppiasse il caso) in cui un tecnico dell’Iss avvertiva il collega in Lombardia: “Ricordo il problema dei vostri dati con data inizio sintomi e mai uno stato clinico a conferma di questo”.

Un problema, peraltro, che crea una “forte differenza tra la Lombardia e le altre Regioni”, si legge nella mail. Che l’errore stia tutto lì di fatto sembra confermarlo lo stesso Fontana: “È impensabile che la compilazione di campi indicati da Iss come facoltativi determini la collocazione di una Regione in zona rossa”, tuona in Consiglio, chiedendo “un confronto tecnico per definire nuovi parametri”. Insomma: a suo dire la colpa è della complessità dell’algoritmo,che però per tutte le altre Regioni è sempre stato chiarissimo. “Non accetto che la Lombardia venga calunniata con mistificazioni della realtà. È una vergogna quello che sta succedendo e lo dico non per me o per la mia giunta, ma per i lombardi che sono stufi di essere umiliati“, dice, tra gli applausi della maggioranza e i fischi dell’opposizione. In coda al suo discorso, annuncia che il ricorso al Tar del Lazio va avanti “nel merito” e “verrà implementato questa settimana con l’impugnazione dei verbali della Cabina di Regia e del Cts, nonché della parte dell’ordinanza del Ministero che fa riferimento ai quei verbali”.

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