Alla fine, nulla di quanto paventato è successo. Joe Biden e Kamala Harris hanno giurato, senza che le tanto temute milizie armate creassero problemi. Nel pomeriggio, subito dopo l’Inaugurazione, il nuovo presidente ha firmato 15 ordini esecutivi – in tema di clima, Covid-19, immigrazione, diritti – che puntano a ribaltare in modo radicale l’agenda di Donald Trump. Il suo discorso di insediamento è piaciuto un po’ a tutti, democratici e repubblicani. La sera, a Washington, si respirava un’aria nuova: quella di una normalità dimenticata.

Ciò che Biden ha fatto, nel suo discorso, è del resto proprio questo: un appello alla “normalità” della democrazia, al suo essere confronto di opinioni: brusco, duro, non per questo mortale. “La politica non deve per forza essere fuoco devastante, che distrugge ogni cosa sul suo percorso”, ha detto il nuovo presidente. Tutto il discorso è stato costellato da inviti al dialogo, al confronto, a “mettersi nelle scarpe dell’altro”. “Facciamola finita con questa incivile guerra d’America”, ha declamato Biden, indicando chiaramente in Donald Trump, mai nominato, il responsabile di questa “guerra incivile”. Abituati ormai da anni ai toni del “massacro americano”, così spesso evocato da Trump, la normalità un po’ dimessa che Biden vuole restaurare ha finito per assumere una forza inaspettata, guadagnando consensi a destra come a sinistra.

Non sono stati infatti solo i democratici a lodare il primo discorso da presidente di Joe Biden. Molti repubblicani si sono uniti al coro delle lodi. Karl Rove, il vecchio stratega di George W. Bush, ha detto che si è trattato di “un grande discorso” e che le parole di Biden gli sono apparse “piene di amore”. Mitch McConnell, che ha passato i trascorsi quattro anni ad appoggiare le politiche più radicali di Trump, ha definito Biden e Harris “due figli del nostro Senato”. “Un discorso molto potente“, è stato il commento di Mitt Romney, mentre un’altra repubblicana moderata, Lisa Murkowski, ha spiegato che l’approccio di Biden “è quello di cui avevamo bisogno“. A chiudere il cerchio dell’entusiasmo è venuta la dichiarazione del giornalista bipartisan per eccellenza, Chris Wallace di FoxNews, che ha commentato: “Si è trattato del miglior discorso di Inaugurazione che io abbia mai ascoltato”.

Viene da chiedersi cosa sia successo. Come sia possibile, in altre parole, che i rappresentanti di un partito che fino a qualche giorno fa, nella maggioranza dei suoi membri, non riconosceva la vittoria di Biden, si abbandoni ora alle lodi, o quanto meno a un silenzioso rispetto nei confronti dell’avversario. Una prima risposta è molto semplice, in un certo senso anche banale. Quattro anni di continua battaglia politica e civile hanno prosciugato un po’ tutti. Per un corpo in fondo così chiuso in se stesso e nei propri riti come quello della politica di Washington, il “ciclone Trump” è stato comunque qualcosa di traumatico. Biden, per quarant’anni membro del Senato, è il ritorno alla politica come la si è conosciuta e praticata per decenni. Si può non condividerne le idee, si può combatterne le proposte, ma appunto lo si conosce e rispetta come “uno dei nostri”. Il suo arrivo alla Casa Bianca ripristina un ordine violato. Anche per i membri del partito rivale, Biden è garanzia di auto-conservazione.

Ci sono poi almeno altre due ragioni che spiegano l’improvviso cambiamento di tono in campo repubblicano. Da un lato, l’assalto al Congresso del 6 gennaio è stato un evento devastante, che ha inciso in profondità nella psiche di deputati e senatori. Soprattutto i repubblicani si sono trovati di fronte a un’amara verità: aver giocato per anni col “fuoco” Trump, averne assecondato i peggiori istinti, ha alla fine avuto conseguenze gravissime. Migliaia di persone, incitate dall’accusa delle elezioni “rubate” (che molti tra gli stessi repubblicani hanno contribuito a diffondere) si sono scagliate contro il Congresso, mettendo a rischio la vita di deputati e senatori e la stabilità della democrazia americana. L’insurrezione è stata per molti un punto di non ritorno, l’evento che ha suggerito l’assoluta necessità di fare un passo indietro, di fermarsi prima che sia troppo tardi. Una presidenza come quella del moderato Biden potrebbe essere, in questo momento, l’ideale per raffreddare il clima politico e civile.

C’è comunque un’altra ragione che può spiegare il benvenuto insolitamente caloroso dei repubblicani a Biden. Il G.O.P. non esce per nulla rafforzato dai quattro anni di presidenza Trump. È vero che alle ultime elezioni il partito ha conquistato un buon numero di seggi alla Camera. Ma i democratici controllano comunque sia il Congresso sia la Casa Bianca. I vertici repubblicani si trovano a questo punto a gestire l’ingombrante eredità di Trump. Il fatto che non ci sia ancora una linea chiara su cosa faranno Mitch McConnell e colleghi nel voto al Senato sull’impeachment è la prova della lacerazione che li travaglia. I repubblicani sanno molto bene che la base del partito è ormai più a destra dei vertici di Washington e che Trump resta una figura amatissima tra i militanti (l’ha ripetuto ieri il senatore Lindsay Graham in un’intervista a FoxNews: “Non possiamo tornare a vincere nelle elezioni di midterm 2022 senza Trump”, ha detto). Ma i repubblicani sanno altrettanto bene che portare il partito troppo a destra rischia di alienare settori importanti di elettorato indipendente, di giovani, di membri delle minoranze, condannando i repubblicani a nuove, possibili débacle elettorali.

Ecco quindi che mostrarsi aperti all’appello all’unità di Biden non costa molto – il nuovo presidente non ha infatti ancora iniziato il suo mandato – e permette di non alienarsi completamente il voto più centrista e moderato che non ha gradito le asperità dell’era Trump. Questo non significa, ovviamente, che i repubblicani stiano dando a Biden un free pass per il futuro (e certe reazioni ai suoi primi executive orders già lo dimostrano). Significa, più semplicemente, che anche i repubblicani pensano di poter beneficiare di un clima politico più tranquillo, in cui gestire la grana del futuro di Donald Trump. La stessa cosa vale per Joe Biden. Non c’è da dubitare della sincerità del suo appello all’unità e alla cooperazione. Esso è intimamente connesso alla sua pratica politica di decenni. Ciò non toglie che Biden sappia molto bene che non c’è alcuna ragione per cui i repubblicani non riservino a lui quello che riservarono a Barack Obama tra il 2008 e il 2010: e cioè, un tentativo di bloccare la spinta riformatrice, che si traduca poi in un tonfo alle elezioni di midterm. Ecco perché anche per Biden la pratica della collaborazione con i repubblicani è condizionata. Se sarà praticabile, si farà. In casa contrario, il nuovo presidente è pronto ad andare per la sua strada. Come mostrano peraltro i progetti di legge di stimolo economico e sull’immigrazione, non certo modellati per ottenere l’assenso dei repubblicani.

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