Da quando è scoppiata l’emergenza Covid il ministero della Salute ha raccomandato agli ospedali di organizzare percorsi di assistenza separati e protetti dal rischio di contagio anche per i pazienti oncologici, che sono tra i più fragili di tutti. Ma cosa succede se il malato di cancro ha preso il Covid? L’accesso alle strutture sanitarie non viene sempre garantito per tutti i casi. Il problema maggiore si pone quando il paziente con tumore continua a risultare positivo al test molecolare anche dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi e secondo le disposizioni ministeriali (circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020), in assenza di sintomi da almeno una settimana, può interrompere l’isolamento (senza la necessità di ripetere il tampone). Ebbene, ci sono malati di cancro, pochi per fortuna, che si trovano in queste condizioni e che pur avendo ripreso la vita di tutti i giorni (escono a fare la spesa, vanno al lavoro, incontrano persone), dopo oltre un mese dal primo tampone positivo si sono sentiti dire dal personale sanitario che non possono ancora entrare in ospedale per proseguire la terapia o fare i controlli. I reparti oncologici sono infatti pieni di pazienti fragili e immunodepressi e se non si crea un’area ad hoc per chi tarda a negativizzarsi, perché il percorso è limitato ai casi più urgenti (per cui la terapia è salvavita), è rischioso sistemare negli stessi spazi del day hospital i pazienti negativi con quelli potenzialmente infettanti. Questa situazione, seppur rara, soffre di un vuoto di indicazioni. Perché le evidenze scientifiche sul Covid sono a tutt’oggi insufficienti. “Ci sono state segnalazioni di questo tipo, a macchia di leopardo in giro per l’Italia. Il paziente non va abbandonato, bisogna offrirgli un percorso alternativo che non può essere affidato alla sua iniziativa – avverte in prima battuta Massimo di Maio, direttore dell’Oncologia dell’ospedale Mauriziano di Torino e segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -. Se la decisione di non trattare il soggetto è legata al giudizio dell’oncologo, che ha dubbi sulla sicurezza clinica e preferisce sospendere il trattamento nell’ambito di una valutazione rischi-benefici, è un conto – spiega il medico -; se invece dipende da problemi organizzativi e mancanza di spazi dedicati nei reparti, allora la soluzione non può essere quella di dire al paziente ‘finché non sei negativo ti sospendo la cura”. All’angoscia per la malattia si aggiungerebbe l’angoscia per l’incertezza del percorso avviato. “La buona comunicazione medico-paziente fa parte anch’essa della cura” ricorda Di Maio.

Aiom, interpellata dal fattoquotidiano.it, ha deciso di fare chiarezza su questo punto integrando nei prossimi giorni il documento pubblicato a novembre con le raccomandazioni sulla gestione dei pazienti Covid positivi. “Abbiamo convenuto – chiarisce Di Maio, dopo essersi confrontato con il direttivo di Aiom – che ogni struttura sarà incoraggiata a identificare un percorso logistico in sicurezza che consenta a questi pazienti di essere trattati senza vedersi chiudere le porte in faccia”. Il documento degli oncologi italiani, in generale, riporta che “in assenza di studi è di fatto impossibile dare suggerimenti per l’inizio o la continuazione di una terapia oncologica in pazienti asintomatici Covid19” e che, ad ogni modo, “nella maggior parte dei casi, un ritardo di due settimane sull’inizio del trattamento o sulla ripetizione del ciclo non comporta un peggioramento della prognosi”. Ma se la negativizzazione al tampone è tardiva, si legge alla fine, “potrà essere valutata la possibilità di effettuare il trattamento”. Un discorso diverso va fatto se il paziente presenta i sintomi del Covid. “In questo caso – sottolinea il segretario Aiom – non è prudente e non è ragionevole clinicamente riprendere i trattamenti oncologici durante un’infezione. E questo vale sempre, basta infatti avere i globuli bianchi bassi per interrompere il ciclo di chemioterapia”.

All’ospedale Maggiore della Carità di Novara, solo per fare un esempio, l’Oncologia diretta da Alessandra Gennari ha trovato un accordo con le Malattie infettive. “I pazienti oncologici Covid positivi asintomatici, anche quelli con una positività prolungata, se hanno bisogno di un ricovero urgente vengono sistemati nel reparto di Malattie infettive o presi in carico dal day hospital dello stesso reparto, con infermieri appositamente formati, se devono fare l’iniezione di terapia per il cancro” spiega Gennari. “Se pensiamo che il trattamento oncologico sia salvavita e abbia un obiettivo di guarigione e non solamente di palliazione (volto alla cronicizzazione della malattia, ndr), allora il tampone debolmente positivo è una ragione per non sospendere la terapia, che somministriamo in una situazione di isolamento” dichiara Filippo De Braud, a capo dell’Oncologia medica dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. “Non abbiamo un’informazione clinica precisa sugli effetti della carica virale, anche se bassa, sul trattamento – continua -. Se riteniamo che la sospensione possa avere un’implicazione prognostica negativa — ripete – procediamo, altrimenti aspettiamo che il tampone si negativizzi. Un’interruzione prolungata di trattamento non per forza aggrava il quadro clinico, va sempre fatta una valutazione caso per caso, non si può mai generalizzare”. De Braud fa i conti anche con personale e mezzi limitati per rispondere a queste esigenze di assistenza. “Quando una persona debolmente positiva fa una tac, poi bisogna sanificare l’apparecchio e si sottrae del tempo ad altri pazienti urgenti in lista. Prendersi cura anche di chi segue una terapia che dà risultati modesti in questo momento riduce le risorse a disposizione”.

C’è un altro nodo bollente che gli oncologi devono affrontare. Riguarda i criteri di priorità dei pazienti Covid nelle terapie intensive in caso di carenza di posti, proposti dalla Società italiana di anestesia e rianimazione (Siaarti) in un nuovo documento pubblicato il 19 novembre sul Sistema nazionale linee guida dell’Iss e aperto alla consultazione pubblica prima di essere validato. Nella bozza, sulla base dello score di Charlson suggerito per individuare chi può accedere alle cure intensive, si escluderebbe il paziente oncologico metastatico. Aiom, Cipomo (il Collegio dei primari oncologi ospedalieri) e Favo (la federazione delle associazioni di volontariato in oncologia) si oppongono. “È sbagliato scartare a priori il paziente metastatico, oggi avere una metastasi non equivale a essere un malato terminale – rimarca il segretario nazionale Aiom -. Se la prognosi è scadente allora non vale la pena sottoporre il paziente a un trattamento intensivo, sarebbe troppo aggressivo, ma chi ha un’aspettativa di tre anni o dieci o è potenzialmente guarito va preso in considerazione. Chi deve decidere sull’opportunità o meno di candidare il paziente oncologico a una terapia di rianimazione deve dunque tener conto della previsione sul decorso e sull’esito della malattia e consultarsi con l’oncologo”.

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