Come la “variante inglese”, anche quella sudafricana sembra essere più contagiosa. Molto diffusa, anche nei giovani, ma probabilmente non più pericolosa e virulenta. La versione “501.V2” di Sars-CoV-2, individuata i primi di ottobre “ha iniziato a dominare molto rapidamente i campioni che stiamo sequenziando”, riferisce il virologo Tulio de Oliveira, a capo del laboratorio sudafricano Kwazulu-Natal Research Innovation and Sequencing Platform (Krisp). A metà novembre, “501.V2” rappresentava il 90% dei genomi sequenziati dagli scienziati sudafricani. Una proporzione senza precedenti. A dire la verità dopo la comparsa di Sars-CoV-2 sono emerse molte versioni del virus. “Non è il primo ceppo mutante del virus che circola e non sarà l’ultimo. È nella natura del virus: più circola, più replica e più muta”, spiega Giuseppe Novelli, genetista dell’Università Tor Vergata di Roma. Come tutti gli organismi, i virus si evolvono per sopravvivere. “In generale, tendono a diventare più contagiosi ma meno gravi, meno patogeni e meno fatali nel tempo”, spiega Salim Abdool Karim, epidemiologo sudafricano. In Sudafrica, invece, “i medici sul campo ci hanno detto che vedono più giovani gravemente malati. Stiamo cercando di capire se questo fenomeno sia legato alla nuova variante del virus o semplicemente al fatto che adesso ci sono più giovani contagiati” , continua Richard Lessells del laboratorio Krisp. La seconda ondata sudafricana, che si sta diffondendo più rapidamente in alcune province rispetto alla prima, è infatti guidata da giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni.

Tuttavia, come per la variante inglese, ci sono pochissime certezze. “Sebbene il pieno significato delle mutazioni trovate non sia ancora chiaro, i dati genomici ed epidemiologici suggeriscono un aumento della trasmissibilità associata al virus”, dice Novelli. “Ma attenzione: stiamo parlando di dati di studi ancora fatti al computer. Abbiamo bisogno di dati di laboratorio – continua il genetista – e di sperimentazione per valutare la loro capacità antigenica (cioè di essere riconosciuto o meno dai nostri anticorpi) e comprendere l’impatto fenotipico (cioè la virulenza e la patogenicità, cioè se influenza la gravità della malattia) di queste mutazioni SARS-CoV-2”.

Il 4 dicembre, rilevando l’importanza assunta dalla variante “501.V2” nei campioni sequenziati in Sudafrica, Tulio de Oliveira ha allertato l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). “Li ha avvertiti di questa scoperta prima ancora che potessimo coglierne il significato”, aggiunge Lessells. Quindi gli specialisti nel Regno Unito hanno analizzato i loro dati per vedere se anche nel regno di Sua Maestà ci fosse una variante simile. È così che hanno scoperto la presenza della “variante inglese”. “Le mutazioni individuate in Sudafrica e nel Regno Unito non sono le stesse, ma queste due versioni hanno in comune una delle mutazioni che consideriamo importanti”, dice Lessells.

Quello che ha spinto i ricercatori sudafricani a dare l’allarme è stata quindi non solo la frequenza con cui hanno incontrato la nuova variante nei loro studi, ma anche la natura della mutazione osservata. Nella variante sudafricana, si sono evoluti tre elementi di una proteina virale chiave, la proteina spike, e una di queste mutazioni, la più significativa, si trova anche nella variante britannica. Se queste mutazioni destano preoccupazione, è perché influenzano la proteina che consente al virus di entrare nel corpo umano. È anche su questa proteina che sono stati sviluppati i vaccini. “Questa mutazione è preoccupante perché colpisce un elemento utilizzato dagli anticorpi per neutralizzare il virus, ma va notato che i vaccini sviluppati producono una risposta immunitaria ad ampio spettro”, spiega Lessells. “Riteniamo che sia improbabile che una semplice mutazione metta in discussione la risposta al vaccino, ma non lo sapremo fino a quando i test non saranno stati effettuati in laboratorio”, aggiunge. Nel frattempo, Abdool Karim rassicura: “Abbiamo tutti i motivi per essere preoccupati per un virus che sembra diffondersi rapidamente, ma possiamo gestirlo. Nonostante le mutazioni, la nuova variante viene rilevata dai test esistenti, il modo per proteggersi rimane lo stesso delle varianti già note e le cure rimangono per il momento simili”.

Tuttavia, la comparsa delle varianti in Sudafrica e in Europa suggerisce “l’urgente necessità di rimettere a fuoco – dice Novelli – risposte adeguate di sanità pubblica per interrompere la trasmissione e ridurre i ricoveri; aumentare la sorveglianza genomica e il monitoraggio delle re-infezioni e quindi il coordinamento e la cooperazione mondiale”. Non è escluso che la variante sudafricana abbia o stia circolando in Italia. “Non possiamo escludere che le varianti inglese, africana, spagnola e tutte le altre che non abbiamo nemmeno classificato abbiano circolato anche nel nostro paese”, dice Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino (GE). “Questo non deve destare preoccupazione,– quanto piuttosto evidenziare l’importanza di investire nei laboratori di analisi genomica nel nostro paese, perché in Italia il sequenziamento non avviene in tutti i laboratori”, aggiunge. L’infettivologo, infine, sottolinea che questa situazione deve rappresentare uno stimolo a mantenere elevato il livello di vigilanza, vista la contagiosità delle mutazioni. “Dobbiamo continuare ad adottare le misure precauzionali – conclude Bassetti – praticando una corretta igiene delle mani, utilizzando la mascherina in modo adeguato e mantenendo il distanziamento sociale, ma la presenza di mutazioni non devono creare allarmismi, perché si tratta di un fattore inevitabile che accomuna tutti gli agenti patogeni”.

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