La copertura di Bernardo Provenzano dopo la strage di viale Lazio, la stima di Riina, la capacità di tenere testa a Nitto Santapaola. Il curriculum criminale di Ciccio La Rocca era lungo e rispettato. Il boss è morto all’alba, all’età di 82 anni, in un letto del Policlinico di Bari, dove dal 9 dicembre si trovava in regime di detenzione domiciliare.

In Puglia era arrivato a fine estate, da San Michele di Ganzaria, paese dell’entroterra catanese da cui La Rocca, in origine allevatore, aveva iniziato a muovere i primi passi in Cosa nostra. L’affiliazione, con il rituale della pungiuta, arriva nel 1956. Un passaggio che è stato soltanto il principio di un percorso che porterà il boss, a inizio Anni 80, a immaginare di poter dare vita a una famiglia mafiosa indipendente in provincia di Catania. Territorio in cui – a differenza del Palermitano – Cosa nostra era rappresentata soltanto da una famiglia, prima guidata dai Calderone e poi, dopo una guerra interna, dai Santapaola.

La leadership di Ciccio La Rocca si è affermata. Il boss pluriomicida e condannato più volte all’ergastolo aveva la fama di essere un sanguinario. Il collaboratore di giustizia Antonino Calderone ne tratteggiò il profilo: “Dopo che toglieva la vita a qualcuno – raccontò – si trasformava in una bestia, si scatenava, prendeva a calci il morto e gridava come una belva. Le persone preferiva strangolarle per non fare rumore, con la vittima che si dibatteva, e assumeva un’espressione terribile”.

La Rocca avrebbe compiuto 83 anni a gennaio. Il suo nome è tornato al centro dell’attenzione per essere stato tra i boss scarcerati durante il lockdown. Decisioni prese dai magistrati di sorveglianza, ma arrivate poco dopo la discussa circolare con cui il Dap aveva chiesto ai direttori delle carceri di verificare la compatibilità delle condizioni di salute dei detenuti con i rischi legati al Covid-19.

A inizio aprile il capo della famiglia mafiosa di Caltagirone lasciò il carcere di Opera, a Milano, e con un’auto guidata da uno dei figli tornò a San Michele di Ganzaria, dove ha trascorso oltre cinque mesi prima di tornare in carcere. Anche in questo caso la decisione è stata presa dal magistrato di sorveglianza, dopo che dagli accertamenti clinici era emerso che le condizioni del boss erano compatibili con la detenzione in carcere e con il diverso quadro epidemiologico. Il ritorno in cella era stato criticato dal legale di La Rocca, secondo il quale le patologie di cui l’82enne soffriva non erano tali da potere essere gestite all’interno di un penitenziario.

La salma del capomafia potrebbe tornare in Sicilia già domani mattina. I familiari, dopo l’ok al trasferimento dell’autorità giudiziaria, sono partiti alla volta di Bari già questa mattina. Resta da capire cosa accadrà adesso: a San Michele di Ganzaria la notizia del decesso si è già diffusa e non è da escludere che in diversi vogliano salutare il boss un’ultima volta. Nel centro del Calatino, un ultimo tributo al boss sanguinario era andato in scena il venerdì santo di quattro anni fa: quel giorno, i portatori della statua raffigurante il Cristo morto aveva deviato dal percorso previsto per passare davanti all’abitazione in cui vive la moglie. Per gli inquirenti c’erano pochi dubbi: non si era trattato di un errore, ma di un’azione pianificata per ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, chi è che comandava a San Michele di Ganzaria e non solo.

Al momento non è chiaro se verranno autorizzate le esequie pubbliche. Stando a quanto risulta a Ilfattoquotidiano.it, la diocesi avrebbe dato la disponibilità alla celebrazione rimettendosi però alle eventuali decisioni che potrebbero essere prese dalla questura.

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