La notte del titolo mondiale del 1982 come sliding door, i pensieri del pomeriggio di Pasadena che ancora affollano i suoi pensieri. La morte di Pablito rappresenta “la fine di quel nostro calcio“. Così Roberto Baggio, in un’intervista a Repubblica, ricorda Paolo Rossi nel giorno del suo funerale tenutosi il 12 dicembre nel Duomo di Vicenza. “La nostra generazione è l’ultima dei bambini autodidatti, che passavano il tempo a prendere un pallone a calci per strada. Noi improvvisavamo. I ragazzi di oggi crescono programmati, hanno più strumenti e schemi per allenarsi: forse il problema dei piedi è aver perso la libertà di giocare senza pensare”.

Oltre a tutta la squadra dei campioni del mondo del 1982, anche Baggio era presente per l’addio all’ex attaccante, 64 anni, morto mercoledì a causa di un male incurabile. Dopo la funzione, Baggio esce dal Duomo e si ferma ad accarezzare la bara. “Mi ha insegnato a rialzarmi dai burroni della vita. È l’amico che mi ha più ispirato: non parlo dei trionfi, penso agli angoli bui della vita autentica. È l’umanità a fare la differenza”, dice il campione vicentino.

Baggio ricorda la prima volta che ha visto Rossi, quando a 11 anni saliva sulla bici con il padre per andare allo stadio Menti a vedere un “ragazzo semi sconosciuto” giocare. “Dopo 12 chilometri di pedalate arrivavo congelato. Ma guardando quell’attaccante gracile e coraggioso, ho iniziato a sognare anche io e non ho ancora smesso”. Nel luglio dell’82, dopo la vittoria, Baggio corre a fare festa con gli amici in corso Palladio, in centro a Vicenza: “Quella notte ho deciso che avrei provato a diventare come lui: mi seduceva non la gloria, ma l’amore che la gente provava per lui. Ricordava l’amore materno“.

Una volta i due Palloni d’oro vicentini parlarono “delle cicatrici che il successo lascia” sugli uomini. Volevano fare qualcosa insieme per il mondo del calcio, renderlo più sostenibile. “Usando quel termine lui si riferiva a una cultura calcistica“. Paolo Rossi non gli chiese mai di quel rigore sbagliato negli Usa nel 1994. “Paolo è stato un uomo molto intelligente. Sapeva che io, dopo 26 anni, quando vado a letto tante volte penso ancora a quel rigore. Fin da bambino sognavo di giocare una finale Italia-Brasile. La sorte me l’ha offerta, concedendomi però solo l’impercettibile confine tra la felicità e la disperazione”. Rossi, conclude il Divin Codino, “è stato un fratello: non c’era bisogno di parole per spiegare le ragioni di un evento atroce e decisivo”.

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