Le misure adottate tra febbraio e luglio dai Paesi Ue per far fronte all’impatto economico della pandemia hanno aiutato a salvare posti di lavoro e imprese. Ma gli effetti del Covid non sono stati uguali nei 27 Stati, come non sono uguali le loro capacità di mettere in campo risorse per sostenere la propria economia. Così il rischio è che la crisi allarghi ulteriormente il divario economico tra Paesi ricchi e poveri. Non solo: il forte aumento dei debiti pubblici necessario – e consentito dalla Commissione – per fronteggiare l’emergenza renderà molto difficile, in futuro, il ritorno alle regole di bilancio precedenti basate sul Patto di stabilità, che “tende ad aggravare i precedenti trend di divergenza fiscale”. A metterlo nero su bianco è la Corte dei conti europea, in un documento di analisi su rischi, sfide e opportunità della risposta di politica economica dell’Ue alla crisi Covid. Nelle conclusioni si legge anche che “l’assistenza finanziaria disponibile a livello Ue (Mes) non è stata usata durante la crisi pandemica perché è stata disegnata per rispondere a crisi diverse e correggere squilibri economici”

La Corte parte da una ricognizione sugli interventi di stimolo e di aiuto varati dagli Stati durante la prima ondata di Covid. “A luglio, le 1.250 misure adottate ammontavano in valore a circa 3.500 miliardi di euro, ossia il 27% del prodotto interno lordo dell’UE-27″, ricorda il documento. “I regimi per il mantenimento dei posti di lavoro e il sostegno alla liquidità costituivano la maggior parte delle misure, le quali hanno finora sostanzialmente contenuto i licenziamenti”. Tuttavia, “l’entità e la composizione di dette misure riflettono la ricchezza relativa degli Stati membri piuttosto che la misura in cui questi sono stati colpiti dalla crisi”.

Infatti “quattro dei cinque pacchetti di stimolo più grandi sono stati adottati dai Paesi più grandi”: la Germania ha varato un piano che valeva “il 43% del suo pil, seguita dall’Italia (37%), dalla Lituania (29%), dalla Francia (23) e dalla Spagna (22%)”. Al contrario, “Paesi che hanno aderito alla Ue più tardi hanno adottato pacchetti significativamente più piccoli”: quello della Bulgaria si ferma al 2% del pil, quello della Slovacchia al 5% come quello della Romania.

La Corte segnala anche i rischi di divergenza economica e di distorsioni per quanto concerne la parità di condizioni concorrenziali tra Stati membri. Inoltre questi interventi “faranno considerevolmente aumentare i disavanzi di bilancio e i livelli di debito pubblico dei vari paesi”. “La Corte ritiene che vi sia il rischio che ciò riduca la convergenza economica negli anni a venire”, ha affermato Ildikó Gáll- Pelcz, il membro della Corte responsabile del documento di analisi. “Ritornare all’attuale disciplina di bilancio, o ideare nuove norme in materia, senza ostacolare la ripresa post-pandemia dei singoli Stati membri o la sostenibilità del debito costituirà una sfida per la governance dell’Ue”.

Nelle conclusioni si sottolinea che “la crisi offre l’opportunità di riflettere su miglioramenti della capacità finanziaria delle istituzioni europee per reagire rapidamente a grandi choc economici e ridurre le divergenze causate da tali choc. Il Next generation Eu e Sure sono temporanei ma possono provare la necessità della creazione di strumenti di stabilizzazione permanenti dello stesso tipo”.

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