Era l’8 dicembre del 1970 quando don Andrea Gallo, celebrava la sua prima Messa nella minuscola chiesa di San Benedetto al Porto. Cinquant’anni dopo il prete che ha vissuto una vita con gli ultimi non c’è più ma a mandare avanti la comunità nata dalla sua intuizione ci sono decine di persone che hanno camminato in questi anni con il “Gallo”, come lo hanno sempre chiamato i compagni e gli amici.

Oggi a causa del Covid non ci sarà alcuna festa ma alle 11,45 si terrà una celebrazione in diretta Facebook (dalla pagina di don Andrea Gallo) per ringraziare tutti coloro che in questi cinquant’anni hanno fatto la storia di una comunità che ha lasciato il segno non solo nella città di Genova, ma anche nelle vite di migliaia di persone di tutt’Italia che l’hanno conosciuta attraverso il suo fondatore o passando dal capoluogo ligure.

La comunità oggi conta sei strutture tra Genova e Alessandria che accolgono tossicodipendenti, ex prostitute, ex detenuti, persone richiedenti protezione internazionale, uomini e donne che si trovano in difficoltà per diverse ragioni. Non solo. A fare di San Benedetto al Porto un “luogo” unico è anche la trattoria “A Lanterna” che da lavoro a chi ha bisogno. E poi ci sono i progetti contro la tratta e lo sfruttamento, contro il gioco d’azzardo patologico, di agricoltura sociale e molto altro ancora.

In cinquant’anni sono stati fatti dei veri e propri “miracoli”. Una storia iniziata da una “punizione”. Don Gallo, infatti, era stato allontanato a luglio dalla parrocchia del Carmine per ordine del cardinale Siri, preoccupato della militanza di quel prete scomodo e della sua predicazione dalla parte degli ultimi. Don Andrea a quel punto rinunciò al posto offertogli sull’isola di Capraia e fu accolto a San Benedetto al Porto dall’allora parroco don Federico Rebora.

Chi ricorda più di ogni altra persona la storia della comunità è Liliana Zaccarelli, per tutti “Lilli”, braccio destro di don Gallo. Ogni volta che le si chiede un’intervista lei non vorrebbe mai apparire, ma poi cede, condapevole di quanto il suo racconto sia importante: “Andrea – ricorda – ha cominciato vivendo qui e accogliendo da subito i più disperati, senza giudizi e senza distinzioni. Chi bussava a questa porta trovava sempre accoglienza”. Lilli arriva a San Benedetto al Porto nel 1983: “Ricordo ancora le braccia aperte di don Andrea. Mi disse: Se vuoi camminare con noi andiamo avanti. Gli errori che hai fatto prima devono servire per non tornare a farli”.

Da allora Liliana è rimasta legata alla comunità, ha vissuto i momenti più belli ma anche quelli più duri: “Senza dubbio il periodo più difficile per me è stato quando Andrea è morto, il 22 maggio 2013. Ci ha insegnato ad andare avanti con le nostre gambe ma quando muore un padre…”. La collaboratrice del fondatore non guarda al passato, a ciò che poteva essere realizzato e non è stato fatto: “Come comunità non puoi e non devi vivere di rimpianti, devi ricominciare ogni mattina. Certi amici li ha persi ma lo erano davvero? Mai giudicare la strada che prendono le persone. La parola comunità significa condividere la vita con gli altri che sia un’ora al giorno o 24 ore”. Cinquant’anni di storia sono serviti a capire una cosa, non indifferente: “L’importante è tenere la porta il più possibile aperta. Come diceva Andrea va fatta accoglienza non per gli ultimi ma con gli ultimi”.

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