Le storie infinite sui disastri nella sanità, sugli sprechi e sulle ruberie – condite con maneggi e politicherie che non suscitano neanche più sdegno, anche oggi quindici misure cautelati in Piemonte per gare truccate nella sanità – sembrano tutte obbedire a tre condizioni: politici di tutti gli orientamenti allergici alla partecipazione e al controllo democratico, da evitare come e più del Covid; l’utilizzo di procedure e istituzioni come foglie di fico per nascondere operazioni ai limiti del losco; la scandalosa privatizzazione di consistenti parti del patrimonio pubblico, anche di quello immateriale, senza contropartite se non quelle legate a operazioni finanziarie nelle quali può facilmente penetrare la malavita organizzata con i suoi capitali illimitati.

A sostenere l’idea che solo una potente iniezione di accountability possa lenire gli effetti della corruzione pervasiva che in Italia tutto distrugge e fagocita, il 24 agosto 2018 entrava in vigore il DPCM n.76 che regolamenta le modalità di svolgimento, tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico. Si tratta di un provvedimento a lungo atteso, ricalcato sul modello francese del débat public, prescritto per opere pubbliche di peso – progettate ed eseguite da enti pubblici e/o società private – come strumento di trasparenza e stimolo alla partecipazione delle comunità coinvolte, dei portatori di interessi di gruppi e lobbies che così, in modo aperto e disvelato, possono prendere visione di atti e progetti, proporre modifiche e suggerire migliorie. Il tutto in sedi appropriate, secondo modalità e tempistiche predeterminate e pubbliche, tali da non pregiudicare l’esecuzione dell’opera.

La storia che segue è anche un paradigma della distanza fra proclami e comportamenti di tanta politica d’oggi. La stessa che vuole strutture burocratiche asservite e inoperose perché non intralcino, anche a costo di paralizzare il paese. Riguarda la progettazione e costruzione di due grandi ospedali del nord operoso.

Fu la ministra della Sanità del governo Conte 1, Giulia Grillo, nell’autunno 2018 ad avanzare al Piemonte la richiesta di dibattito pubblico per le due procedure di PPP (Parternariato Pubblico Privato) che la Giunta regionale di centrosinistra aveva avviato per realizzare la Città della Salute di Novara e il Parco della Salute e della Scienza di Torino, le condizioni c’erano tutte. L’allora presidente della Regione, Sergio Chiamparino, e il suo assessore alla Sanità, Antonino Saitta, espressero la loro contrarietà perché i 4 mesi previsti per l’esercizio del dibattito pubblico avrebbero rallentato i tempi e l’urgenza premeva.

Col Conte 2 la Grillo è stata sostituita da Roberto Speranza e tutto è finito nel nulla: ai cittadini, che pagheranno con le tasse la costruzione degli ospedali e la loro gestione, è stata negato l’esercizio previsto dalla legge. Lo stesso diritto non è stato precluso alle lobbies e alle cordate che – in convegni, presentazioni e in chissà quali altre attività – avranno certamente potuto far sentire le proprie ragioni.

Le procedure per la scelta dei privati con cui realizzare prima i progetti e poi le opere sono andate avanti: a Novara i termini per la presentazione delle offerte sono scaduti, ma non sono ancora pubbliche le candidature (e le offerte) pervenute; a Torino la Regione ha previsto una procedura più complessa, il dialogo competitivo, articolato in più fasi e che demanda a un Gruppo di lavoro nominato dalla Direzione dell’Azienda Ospedaliera. La procedura, avviata in grande spolvero fra promesse di velocizzazione e garanzie di innovazione e modernità, si è subito bloccata, restando ferma per 8 mesi: uno dei tre gruppi partecipanti ha manifestato l’intenzione di ritirarsi dalla gara. Invece di prendere atto e di proseguire le trattative con i due rimanenti, i dirigenti responsabili hanno bloccato tutto per richiedere pareri a mezzo mondo, perfino all’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Già, nella faccenda entra anche l’Anac, con il ruolo di foglia di fico dei controlli di legalità: Chiamparino (Regione Piemonte) e Raffaele Cantone (Anac) il 29 maggio del 2018 sottoscrivono un Protocollo di azione-Vigilanza collaborativa. Anac si fa consulente della Regione per le procedure e tutto quanto attiene la realizzazione degli ospedali. La Regione potrà chiedere ad Anac di analizzare documenti e azioni prima che diventino efficaci, una specie di bollino blu. Ebbene, nel bando di gara (25 anni di gestione dell’ospedale a partire dalla fine della costruzione), al comma 2 dell’art. 6, si consente che, due anni dopo il collaudo dell’opera, una qualunque società di capitali potrà prendere il controllo della Concessionaria, senza dover dimostrare nulla circa l’origine dei capitali da investire e/o la natura della società medesima. Possibile che Anac non abbia nulla da dire, limitandosi a rilasciare pareri su richiesta, come un qualunque ente di certificazione alle cui performance siamo tristemente oramai abituati?

Dopo il fitness, la ristorazione e l’edilizia non sarebbe sorprendente che la malavita organizzata cercasse di mettere le mani anche sulla gestione degli ospedali, soprattutto quando il business si presenta così importante. Proprio come a Torino e Novara.

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