“In relazione al punto due dell’ordine del giorno, il presidente rileva che il quadro seguito all’esito del referendum del 4 dicembre 2016, alle dimissioni di Matteo Renzi dalla segreteria del Pd, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, impone la presa d’atto dell’esaurimento delle finalità statutarie della Fondazione”. È il testo dell’email, che il 28 giugno 2018, il presidente della Fondazione Open, l’avvocato Alberto Bianchi invia come bozza ai consiglieri d’amministrazione della fondazione indetto per l’atto finale dell’ente. Alla lettera risponde Maria Elena Boschi, consigliera nonché ex ministra del governo Renzi, che replica: “Grazie! Anche se il verbale è un atto ‘interno’ per prevenire possibili polemiche laddove un domani venisse fuori o ci fossero accertamenti vari e dovesse essere esibito, non conviene essere un po’ più stringati sulle motivazioni dello scioglimento? Eviterei soprattutto di citare Matteo, se fosse possibile“. In questo scambio gli inquirenti di Firenze individuano il legame tra partito e fondazione e su cui basano l’accusa di finanziamento illecito contestato all’ex segretario e premier Matteo Renzi, alla Boschi e all’attuale deputato del Pd, Luca Lotti.

La mail, come riporta La Verità, è contenuta nei nuovi atti depositati dai pm al Tribunale del Riesame che deve decidere sul sequestro di documenti a Marco Carrai, già membro del consiglio direttivo nonché fedelissimo di Renzi. Meno di due mesi fa, il 15 settembre, la Cassazione aveva accolto il ricorso di Carrai contro il sequestro di documenti e pc nell’ambito dell’inchiesta e rinviato atti al Riesame chiedendo alla procura di dimostrare il legame tra ente e partito. Le indagini, condotte dai pm Luca Turco e Antonino Nastasi, sono state assegnate al Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza. E sono quattro le informative delle Fiamme gialle che hanno approfondito quel nesso. Tre sono state depositate ai giudici, la quarta viene soltanto citata. Il 27 novembre quei documenti verranno discussi dalla difesa di Carrai, sostenuta dagli avvocati Filippo Cei e Massimo Dinoia. Agli atti anche un’altra mail di Bianchi, risalente al 2011, in cui secondo i finanzieri si “inizia a teorizzare il modello della struttura a medusa, avente come testa la Fondazione e una serie di tentacoli operativi i Comitati posti sotto il coordinamento e controllo strategico del Cda della Fondazione”. Che poi, anche se non ufficialmente coinvolto nella gestione della fondazione, tutto dovesse passare per Renzi, secondo gli inquirenti, è chiaro in un’altra mail inviata da Binachi per definire il regolamento per la raccolta fondi: “Attendo vostri preziosi urgenti contributi, sia sulle soglie dell’articolo 2.2 che sul resto, prima di sottoporre il tutto a Matteo”. Su cui, stando alle indagini, Renzi avrebbe avuto l’ultima parola. Il 21 marzo 2017, poco dopo l’arresto di Alfredo Romeo per il caso Consip, il presidente scrive al consigliere Lotti: “Vorrei restituire i 60 K (il contributo di 60.000 versato nel 2012 dalla “Isvafim Spa” riconducibile allo stesso Romeo, ndr). Procedo?”. Lotti è perplesso: “A me sembra un mezzo boomerang”, ma Bianchi gli ricorda che Salvatore Buzzi (arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo e poi condannato, ndr) si era fatto così, ma il deputato fa sapere al presidente che “Matteo” è “contrario alla restituzione”, facendo capire, secondo gli investigatori, “di aver interpellato al riguardo Matteo Renzi e che quest’ ultimo fosse contrario alla restituzione del finanziamento”.

Ed è così che nel registro degli indagati sono finiti, dopo Bianchi e Carrai, anche Renzi, Boschi e Lotti. Meno di due mesi fa, il 15 settembre, la Cassazione aveva accolto il ricorso di Carrai contro il sequestro di documenti e pc nell’ambito dell’inchiesta. Le indagini, condotte dai pm Luca Turco e Antonino Nastasi, sono state assegnate al Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza. Il 2 novembre l’avviso di garanzia a loro tre e poi la nuova udienza del Riesame in cui i pm hanno depositato i nuovi atti, Il 27 novembre si discute e poi il Riesame deciderà se questi nuovi elementi depositati dimostrano il nesso oppure se i documenti sequestrati devono essere restituiti perché non sussiste l’ipotesi.

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