Il sistema di monitoraggio delle Regioni “non è uno strumento decisionale adeguato”, perché “fotografa un quadro relativo a 2-3 settimane prima“. Per evitare il “collasso definitivo degli ospedali e l’eccesso di mortalità, anche nei pazienti non Covid-19“, serve quindi un cambio di rotta sui “criteri di valutazione”, altrimenti è inevitabile un “lockdown totale“. La Fondazione Gimbe boccia in toto il meccanismo su cui si basa la divisione del Paese in tre 3 aree introdotta dall’ultimo dpcm. Secondo il presidente dell’Istituto, Nino Cartabellotta, l’esecutivo sta usando lo specchietto retrovisore per combattere il virus. In questo modo, però, “si rallenta la tempestività e l’entità delle misure per contenere la curva epidemica“. I dati relativi alla settimana che va dal 4 al 10 novembre testimoniano infatti un aumento dei nuovi casi che, se non frenati, rischiano di far collassare la rete ospedaliera del Paese. In 7 giorni sono stati accertati 235.634 contagi contro i 195.051 della settimana precedente, mentre i decessi sono saliti del 70%: 2.918 contro i 1.712 della settimana scorsa.

Per quanto riguarda la situazione negli ospedali, aumentano anche i pazienti ricoverati con sintomi (+7.519, pari al 35,6% in più) e quelli in terapia intensiva (+746, in crescita del 33,5%). In 11 Regioni è stata superata la soglia di saturazione del 40% dei posti letto in area medica e in 11 Regioni quella del 30% per le rianimazioni. Altro dato critico è quello del numero di operatori sanitari positivi. Negli ultimi 30 giorni – spiega Cartabellotta – si sono verificati 19.217 contagi, rispetto ai 1.650 dei 30 giorni precedenti. Oltre al rischio di focolai ospedalieri, in Rsa e in ambienti protetti, preoccupa l’impatto sul personale sanitario, già in carenza di organico oltre che provato dalla prima ondata”.

In quasi tutte le Regioni si rileva però un lieve rallentamento dell’incremento percentuale dei casi. Secondo Gimbe, “potrebbe dipendere sia dall’effetto delle misure di contenimento introdotte a fine ottobre, sia dalla saturazione della capacità di testing, visto che i casi attualmente positivi continuano ad aumentare ovunque”. Complessivamente salgono del 41,1% i casi attualmente positivi (590.110 vs 418.142) e soprattutto c’è un incremento del rapporto positivi/casi testati (27% contro il 23,9% di una settimana fa).

L’analisi di Gimbe si concentra quindi sulle ultime misure adottate dal governo per rallentare la corsa del virus. “L’attribuzione dei colori alle Regioni – sostiene Cartabellotta – viene effettuata utilizzando due parametri principali: lo scenario identificato dai valori dell’indice Rt e la classificazione del rischio attraverso i 21 indicatori del Dm 30 aprile 2020. Tuttavia, il valore di Rt è inappropriato per informare decisioni rapide perché, oltre ad essere stimato sui contagi di 2-3 settimane fa, presenta numerosi limiti“. Quali? Riguarda solo i casi sintomatici (“un terzo dei casi totali”), “si basa sulla data inizio sintomi che molte Regioni non comunicano per il 100% dei casi, determinando una sottostima” ed è dipendente dalla “qualità dei dati” inviati dalle Regioni. Un nodo, questo, che impatta fortemente anche sul monitoraggio periodico effettuato dalla cabina di regia per l’emergenza Covid, da cui poi scaturisce la classificazione di ciascun territorio in base al rischio. Gimbe chiede quindi di “rendere disponibili in formato aperto, dettagliati e interoperabili tutti i dati” e ribadisce le “criticità tecniche dell’attuale sistema di monitoraggio”, chiedendo di rivederlo prima che sia troppo tardi.

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