È arrivato a conclusione, con una condanna eccellente a nemmeno due anni da una raffica di arresti, il primo processo per le infiltrazioni della camorra nel Veneto orientale. Il giudice veneziano Michela Rizzi, al termine di un dibattimento con rito abbreviato, ha condannato a oltre 130 anni di reclusione 24 imputati. La posizione che spicca è quella di Graziano Teso, che fu sindaco e vicesindaco di Eraclea, il paese sul litorale veneziano dove si era radicata l’organizzazione criminale che ruotava attorno a Luciano Donadio, il quale ha però deciso di farsi processare con rito ordinario. Teso è stato condannato a tre anni e tre mesi di reclusione, in quanto responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa. Per lui i pubblici ministeri Roberto Terzo e Federica Baccaglini avevano chiesto una pena di 4 anni.

Teso ha un percorso politico di lungo corso. Nel 1968 si iscrisse alla Democrazia Cristiana, poi lavorò alla Regione Veneto come responsabile, dal 2000 al 2004, dei gruppi Udc-Ccd. Quindi aderì a Forza Italia diventando responsabile degli Enti Locali. È stato sindaco di Eraclea nel 2004-05 e dal 2006 al 2011. Nel 2019 era il vice del sindaco Mirco Mestre (eletto nel 2016), quando quest’ultimo finì ai domiciliari per voto di scambio. Teso è invece finito a processo a piede libero per i suoi rapporti con il boss Donadio accusato di aver importato in Veneto i metodi camorristici.

Tra i condannati spiccano un poliziotto e un’avvocatessa. Cinque anni di reclusione sono stati inflitti a Moreno Pasqual, l’agente amico del boss che è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito informazioni riservate al clan. Di favoreggiamento era accusata Annamaria Marin, già presidente della Camera Penale di Venezia, per aver rivelato notizie riservate a Donadio, di cui era il difensore nel 2009. I Pm avevano chiesto una pena di due anni, ma la condanna è di 8 mesi perché il legale è stato ritenuto colpevole solo di un episodio di favoreggiamento, con l’aggravante mafiosa. Assolta, invece, per gli altri episodi contestati, mentre è andata in prescrizione un’accusa risalente al 2002.

L’imprenditore Christan Sgnaolin di San Donà di Piave è stato condannato a 5 anni e 10 mesi, il pentito Girolamo Arena a 6 anni, Antonio Puoti (nipote di Donadio) a 6 anni e 6 mesi. Le pene più severe hanno riguardato Antonio Basile (12 anni di reclusione), Nunzio Confuorto (9 anni e 6 mesi), Antonio Cugno (8 anni e 6 mesi), Giacomo Fabozzi (10 anni) e Tommaso Napoletano (9 anni).

Il procuratore Bruno Cherchi ha commentato la sentenza: “L’impianto dell’accusa è stato recepito nel suo complesso, ritenuto credibile e supportato da elementi di prova”. L’inchiesta ha ricostruito l’attività del clan Donadio che secondo gli investigatori è affiliato ai Casalesi. Oltre all’associazione mafiosa contestata ai principali imputati, ci sono reati di contorno come estorsione, usura e altri reati fiscali.

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