Al pronto soccorso di Chivasso le ambulanze non smettono mai di arrivare. “In 27 anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere” racconta l’infermiera addetta al pre-triage in questo ospedale nella cintura nord di Torino. Solo nella giornata di sabato 7 novembre sono arrivate più di cento persone: “Non sapevamo più dove metterle”. Una situazione peggiore rispetto a quella della prima ondata. “Il numero dei pazienti ospedalizzati qui da noi è già superiore del 10/15% rispetto al picco di marzo e aprile” spiega il direttore della Medicina e Chirurgia d’accettazione e d’urgenza, Paolo Franzese. Così da giovedì scorso è iniziato il trasferimento quotidiano di pazienti verso gli ospedali di tutto il Piemonte per avere nuovi letti. Il numero dei casi in questa regione ha superato quota centomila casi dall’inizio della pandemia e la pressione sugli ospedali continua ad aumentare raggiungendo numeri record. In un mese si è passati da 216 ricoveri a 4540. Il 25% rispetto in più rispetto alla primavera. E così mentre un nuovo padiglione da 458 posti dovrebbe essere aperto il 20 novembre a Torino Esposizioni è stato attivato il “Piano di emergenza massiccio afflusso di feriti”. Una misura prevista solo per catastrofi naturali o attentati e che permette di allestire spazi ovunque.

Al San Luigi di Orbassano venerdì scorso le barelle sono state posizionate dentro la cappella, a fianco dell’altare. Al Mauriziano di Torino sono state allestite delle postazioni nella palestra. All’Amedeo di Savoia si lavora ogni giorno per trovare nuovi posti letto. “Rispetto alla prima ondata è aumentata la domanda di ricovero convenzionale – racconta il professor Giovanni Di Perri, Direttore di malattie infettive – Se prima avevamo un malato in rianimazione su sette in reparto, adesso il rapporto è diventato uno a diciotto”. In altre parole servono sempre più letti per ospitare pazienti Covid. Ma non è solo un problema di spazi, anzi. “Quelli si possono trovare in qualche modo – raccolta la responsabile degli infermieri Paola Bonomi – il problema è trovare il personale per fare assistenza in questi nuovi posti”. I medici e gli infermieri sono pochi e sono già sotto pressione: “Rispetto a marzo non abbiamo più l’adrenalina, ma partiamo già stanchi. Facciamo turni massacranti”. Nei reparti, così come nelle terapie intensive. Qui secondo il coordinatore regionale dell’area Dea Gian Antonio Cibinel il picco dei mesi scorsi potrebbe essere raggiunto in una settimana se la crescita sarà lineare. Ma i reparti sono già al limite. A Rivoli, cintura ovest di Torino, su dieci posti in rianimazione, nove sono già occupati. “Siamo in una situazione di sovraccarico come il 99% delle strutture” racconta il dottor Michele Grio che guida quello che durante la prima ondata è stato soprannominato “l’acquario”. Al di là del vetro che separa la parte “sporca” da quella “pulita”, medici, infermieri e Oss controllano i dieci pazienti. “Siamo oltre il livello di occupazione dei posti disponibili, ma dove abbiamo attacchi d’ossigeno attacchiamo le persone. Siamo un’organizzazione fluida che si adatta al carico di pazienti e non viceversa, riusciamo a fare fronte, ma il problema più grosso rimane quello delle risorse umane a disposizione”.

Un problema che negli ultimi giorni i vertici della Regione hanno affrontato invitando i medici a svolgere funzioni infermieristiche, mentre il presidente della Commissione Regionale della Sanità, il leghista Alessandro Stecco, ha chiesto alle ong di “mandare medici e infermieri in aiuto del Piemonte”. Ma è dall’inizio di marzo che numerose ong sono attive negli ospedali e sul territorio piemontese. “Non è questo il modo di risolvere il problema del personale – precisa Paolo Narcisi, medico e presidente della onlus “Rainbow 4 Africa” da anni impegnata nella cooperazione internazionale – tutti i nostri medici sono rientrati dalle missioni in Africa e sono impegnati in prima linea. Per affrontare seriamente il questione occorre assumere medici e liberarli dai carichi burocratici per poter curare più malati”. Il sindacato dei medici e dirigenti sanitari Anaao Assomed punta il dito sulla Regione: “Non è stato fatto niente in questi quattro mesi se non smontare l’area delle ex Ogr che sarebbe potuta essere utile” spiega Gabriele Gallone dell’esecutivo nazionale Anaao. Ma anche a livello nazionale, secondo il dottor Grio, si sarebbe potuto fare di più. “Una delle novità rispetto alla prima ondata – conclude Grio -è quel pizzico di rabbia in più perché lo stato avrebbe dovuto dare un supporto in tempo di pace e invece dovremo attendere una seconda pace”.

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