Combattere il Covid in maniera non convenzionale: è quello che stanno facendo alcuni Paesi africani, con risultati migliori di altri. Sono i Paesi che hanno vissuto negli anni scorsi la tragedia dell’Ebola, da cui hanno tratto importanti insegnamenti. E cioè che gli argini più forti alla diffusione della pandemia sono il senso della comunità e i processi partecipativi. Strumenti culturali che potrebbero perfino guidare il ridisegno delle nostre città, quando potremo dire addio all’emergenza sanitaria in atto.

L’esperienza di Ebola – Tra il 2013 e il 2016, Liberia, Sierra Leone e Guinea equatoriale furono colpite da un’epidemia di Ebola, contando complessivamente 28mila contagi e oltre 11mila decessi. Sulla base di questa esperienza, la Liberia è stata una delle prime nazioni al mondo a introdurre misure di screening negli aeroporti, non appena il coronavirus ha iniziato a propagarsi fuori dalla Cina, mentre i sistemi per la sanificazione delle mani hanno fatto la loro comparsa nel Paese, presso negozi e uffici, già a partire da gennaio. Nonostante le organizzazioni della società civile abbiano denunciato lacune nella gestione dell’informazione e dell’educazione al Covid, i numeri restano limitati, con meno di 1.400 casi e 82 decessi. L’esperienza della Liberia dimostra infatti che il contrasto di un’epidemia non si gioca solo sul campo sanitario, ma anche su quello informativo e comunitario. Il primo caso di Ebola in Liberia fu registrato a marzo 2014. In quel momento le istituzioni e i centri di ricerca internazionali stimavano la necessità di laboratori, di 50mila posti letto specifici, di una capillare sorveglianza dei contagiati e del loro tracciamento per contenere la diffusione virale. Fino a luglio, l’84% dei liberiani credeva addirittura che il virus non esistesse. A settembre, invece, ancor prima della completa implementazione della strategia sanitaria fatta di test, posti letto e tracciamenti, fu raggiunta già una flessione nell’espansione del virus, con il 98% delle persone finalmente convinto che l’Ebola fosse reale.

Secondo Thomas Kirsch e i suoi colleghi della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, i driver principali del declino dell’epidemia furono i cambiamenti comportamentali delle persone, accelerati da una mobilitazione psicosociale. Nella fase iniziale gran parte della comunicazione era drammatica e negativa: “Ebola uccide”, “Non c’è cura”, “Non toccare”. Questa comunicazione era inefficace e controproducente: motivava le persone a stare lontano dai presidi sanitari e aumentava lo stigma sociale. I messaggi erano spesso di tipo clinico e non compresi dalle persone, generando confusione. Si chiedeva di evitare i mezzi pubblici, ma allo stesso tempo di portare i malati nelle Unità di Trattamento Ebola e negli ospedali. La popolazione, non capendo cosa fare, fu in molti casi preda del panico, nascondendo parenti malati, segnalando meno casi e favorendo la disinformazione.

Capovolgendo l’ordine delle priorità, il governo liberiano decise di puntare in primis sulla mobilitazione sociale, e solo a seguire sugli aspetti sanitari. Questa strategia favorì il coinvolgimento attivo della comunità e di leader locali che godevano della fiducia della popolazione, campagne multimediali pubbliche e private, formazione a tappeto di volontari in tutte le contee, che a loro volta formavano nuovi volontari, un registro delle attività di mobilitazione sociale, e un aiuto alle comunità per padroneggiare i propri interventi, responsabilizzando direttamente i cittadini per ridurre i comportamenti a rischio. Un esempio di questa strategia è quanto si è verificato in un quartiere di Paynesville, un sobborgo della capitale Monrovia, con una forte capacità di auto-attivazione. Quando furono chiuse le scuole, il quartiere divise la sua comunità di 6mila persone in quattro unità con dei “leader della task force” e “attivatori di comunità” interni al quartiere stesso. Furono raccolti fondi per stampare t-shirts e cartoline per diffondere consapevolezza tra gli abitanti del quartiere, e si auto-organizzarono per evitare che persone di altre comunità dove si erano registrati molti casi di Ebola entrassero nel quartiere.

Sierra Leone – Il rafforzamento dei legami deboli è stata la chiave che ha permesso di contrastare con efficacia l’epidemia anche in un contesto diverso da quello liberiano, cioè in Sierra Leone. Qui furono sviluppati i Community Care Center che, diversamente dalle Ebola Treatment Units, presidi medici da 100 posti letto, erano micro-cliniche con 8 posti letto all’interno delle quali venivano impiegati membri della comunità locale, addestrati in pochi giorni. Uno dei problemi che hanno dovuto affrontare i soccorsi internazionali è stato quello della mancanza di fiducia, che specialmente in Sierra Leone aveva portato le persone a nascondersi o a curarsi nelle case per non interagire con personale medico straniero. I Community Care Center permisero di superare questo problema, ridefinendo il concetto di cura. Non volti estranei ma un’assistenza sanitaria di prossimità, in cui l’intervento medico andava ad inserirsi nell’intimità dei rapporti di amicizia, e dunque di fiducia. Dove l’operatore sanitario era un amico, oppure l’amico di un amico, aumentando la sicurezza personale nel segnalare l’infezione e riuscendo a comprendere meglio la necessità dell’isolamento. In un Paese di 7,6 milioni di persone, in cui non è così semplice lavarsi le mani e osservare il distanziamento sociale, con il 47% della popolazione che non ha accesso all’acqua corrente e il 35% abitante in insediamenti informali, fino ad ora si sono registrati meno di 2.400 casi e 73 decessi legati al coronavirus. Numeri contenuti rispetto ad altri Paesi, grazie a iniziative anti Covid pronte almeno tre settimane prima di avere conferma del primo caso nel Paese, mutuate proprio dall’esperienza dell’Ebola: promuovere il senso di comunità, assicurare flussi informativi, proteggere le persone più vulnerabili.

Covid in Africa – I Paesi africani che ad oggi hanno riportato più casi di Covid sono: Sudafrica (711mila), Marocco (187mila), Egitto (106mila), Etiopia (90mila), Nigeria (61mila) e Algeria (55mila). Questi Paesi sono anche quelli con la maggiore popolazione urbana del continente. Tranne uno: la Repubblica Democratica del Congo, al quarto posto per urbanizzazione assoluta, ma con 11mila casi registrati e 304 decessi. “Siamo riusciti a capitalizzare i risultati della gestione dell’epidemia di Ebola, per migliorare le nostre capacità di risposta alla pandemia Covid”, ha dichiarato alle Nazioni Unite il presidente Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi, per il quale l’azione tempestiva del governo congolese nel sospendere i voli internazionali, chiudere le frontiere e imporre il lockdown a una larga parte della capitale Kinshasa, ha permesso di ridurre il tasso di mortalità dal 10% nei primi giorni della pandemia al 2,5% attuale. Nel centro di Kinshasa nelle ultime settimane sono comparsi 12 murales che ritraggono figure della tradizione con la mascherina o nell’atto di lavarsi le mani, oppure salutandosi con i gomiti sullo sfondo di un virus in prigione: un’iniziativa dell’Accademia di Belle Arti che ha coinvolto gli artisti per sensibilizzare la popolazione.

Cultura per riconoscere se stessi e l’altro – Nella costruzione di un’identità collettiva, per agevolare il coinvolgimento delle comunità e i processi partecipativi come quelli che hanno permesso ai Paesi africani di combattere finora il coronavirus con armi non convenzionali, la cultura rappresenta uno strumento privilegiato, grazie al quale riconoscersi, riconoscere il proprio territorio e riconoscere l’altro, il proprio vicino, di casa, o di slum. “La pianificazione di una città non può avere successo se non è progettata in modo che il processo stesso dia potere alle persone. Le identità sono sempre dinamiche. La pianificazione di una città può consentire alle identità esistenti di espandersi e svilupparsi autonomamente, in un processo che può imparare dalle esperienze di altri luoghi. Questo è il motivo per cui i processi partecipativi che concepiscono un legame tra i beni culturali e ciò che i cittadini apprezzano sono vitali per reinventare le città in modo sostenibile”, hanno dichiarato Zayd Minty, ricercatore dell’African Centre for Cities e Jordi Pascual, coordinatore della Commissione Cultura dello United Cities and Local Governments. Uclg, insieme a Roma Capitale, è promotore della Carta di Roma 2020, un manifesto che muove dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e intende portare la democratizzazione della cultura fuori dall’ambito teorico, come cardine dei Sustainable Development Goals sostenuti dalle Nazioni Unite.

Le crisi sanitarie che hanno rivoluzionato le città – A seguito di epidemie e crisi sanitarie, storicamente le città hanno spesso presentato importanti innovazioni nella struttura e pianificazione urbana. Le epidemie di colera del 19esimo secolo hanno innescato l’introduzione dei moderni sistemi di igiene urbana. Durante la rivoluzione industriale sono state introdotte norme abitative in materia di luce e aria per contrastare le malattie respiratorie nei sovraffollati centri europei. In Africa le epidemie di colera e peste bubbonica hanno rivoluzionato lo sviluppo di due grandi centri come Lagos e Nairobi, così come nell’Africa coloniale francese, attraverso il miglioramento delle condizioni igieniche, nuove infrastrutture e il contenimento degli slum. Nessuna pandemia è però mai riuscita a incidere permanentemente sulle infrastrutture sociali, a trasformare la concezione della comunità, il senso di appartenenza: l’argine più importante per fermare i contagi. “Le città cambieranno molto a causa del Covid. Potremmo avere nuove politiche in materia di istruzione, sanità, pianificazione urbana o sviluppo economico. Ma questa è anche un’opportunità per le politiche culturali, per identificare più esplicitamente tutte le risorse e le ricchezze culturali locali, contando maggiormente sulle comunità”, hanno aggiunto Minty e Pascual. Potrebbe essere l’Africa a insegnarlo al mondo.

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