Manganellate, facce a terra, donne e uomini fatti inginocchiare e pestati a sangue. Una violenza inaudita che scosse la coscienza del Paese. Macelleria messicana, venne definito così, dall’allora vice questore Michelangelo Fournier, quanto accadde a Genova la notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001 all’interno della scuola Diaz.

Dopo giorni di violenze e tensioni in strada, culminati con l’omicidio di Carlo Giuliani, 346 poliziotti e 149 carabinieri irruppero nella scuola Diaz. Tutte le persone e gli attivisti che dormivano nell’edificio vennero picchiati selvaggiamente, molti mentre ancora si trovavano per terra nei loro sacchi a pelo.

Furono 93 i fermati e 61 i feriti portati in ospedale, 3 dei quali in prognosi riservata e uno in coma. Le persone fermate furono portate forzosamente nella caserma di Bolzaneto, e lì sottoposte ad abusi, torture e pestaggi, in totale spregio dello Stato di diritto in quella che è riconosciuta come, dal secondo dopoguerra ad oggi, la più grave violazione di diritti umani in un Paese democratico.

La drammaticità di quel pestaggio sconcertante fu confermata, anni dopo nel 2015, a Strasburgo, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che parlò di violazione, per mano della Polizia italiana, dell’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” sottolineando che, in casi come questi, ovvero quando gli agenti sono imputati per reati che implicano maltrattamenti, è importante che gli stessi siano sospesi dalle loro funzioni e che, in caso di condanna, ne vengano rimossi.

Con il massacro della Diaz, il nostro Paese, la nostra democrazia si scoprirono fragili. Non sembrava vero che una carneficina così spaventosa potesse accadere in un Paese europeo, per mano delle forze dell’ordine. E che ci si trovasse sprovvisti di strumenti normativi adeguati a prevenire e punire questo incredibile reato.

Si seppe poi che il 21 luglio 2001 alla Scuola Diaz il funzionario Pietro Troiani aveva introdotto due bombe molotov. E che il suo collega, Salvatore Gava, ne aveva attestato falsamente il rinvenimento per giustificare la cruenta irruzione e il terribile pestaggio. Entrambi sono stati condannati in via definitiva a tre anni e otto mesi, e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

Pochi giorni fa, abbiamo appreso che la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della Polizia Franco Gabrielli, in spregio alla sentenza della Corte Europea, hanno autorizzato la promozione dei due funzionari a vice questori.

Considero gravissimo che si scelga di riconoscere avanzamenti di carriera a membri delle forze dell’ordine, rappresentanti dello Stato, condannati per aver contribuito a una così grave violazione di diritti umani. La riabilitazione di funzionari responsabili di violenze, torture e depistaggi è un insulto all’integrità delle nostre istituzioni. Una scelta che rischia di minare la credibilità delle nostre forze di Polizia, in un momento così delicato per la vita politica del Paese.

E’ per questo che insieme al collega Nicola Fratoianni abbiamo depositato un’interrogazione al Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per chiedere sulla base di quali valutazioni si sia arrivati ad una decisione di questo tipo, e perché si ponga rimedio a quello che non possiamo non considerare una scelta molto pericolosa per la qualità della nostra democrazia.

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