di Monica Valendino

Ci sono molte riflessioni da fare su cosa stia accadendo in Italia e non solo per la seconda ondata del Covid-19. La prima è che tutto era ampiamente previsto. Il Fatto Quotidiano è stato l’unico organo di stampa nazionale che abbia riportato lo studio previsionale più autorevole al mondo, che da mesi indicava tra novembre e febbraio un periodo ancora più critico di quello vissuto in primavera, quando c’è stato un picco altissimo, ma un’ampiezza d’onda più breve. Oggi il picco di morti sembra che potrebbe essere lievemente minore, ma con un’ampiezza molto più vasta, il che significa che il numero complessivo potrebbe essere alla fine molto maggiore.

La seconda riflessione che sorge è una domanda: come i governi possono oggi negare di conoscere tali studi previsionali? In Italia Palazzo Chigi non ha mai negato, anzi ha sempre cercato di tenere alta l’attenzione. Purtroppo si è scontrato fin da maggio con un’opposizione che non vedeva l’ora di fronteggiare ogni scelta cavalcando le paure economiche delle varie attività appoggiate dalle loro confederazioni.

In secondo luogo, nonostante gli appelli del Presidente Sergio Mattarella all’unità, ci siamo risvegliati improvvisamente in uno stato federale. Le regioni, molte governate proprio dall’opposizione nazionale, hanno cercato di imporsi. Prima rinnegando le scelte, poi cercando scappatoie per eludere le norme, quindi anche negando certe evidenze scientifiche appoggiate da qualche virologo di turno che non vedeva l’ora di apparire. Intanto non si sono mai organizzate davvero per affrontare quel che sta accadendo, tranne forse il Nord Est che oggi sta meno peggio di altri (ma nemmeno troppo).

La terza riflessione è se davvero qualcuno pensa che l’economia sia altrettanto importante della salute. Giuseppe Conte ha fatto bene a ricordare che la seconda dipende dalla prima, che è la chiave di volta di tutta la nostra società.

Purtroppo questo virus è infido non solo a livello clinico, ma anche sociale. Perché fin dalla nascita è stato un germe “economico”: altissima contagiosità (il famoso Rt quasi simile a quello di Ebola), una bassissima mortalità in proporzione, ma un’alta ospedalizzazione dei malati. Un mix esplosivo, che oggi dovrebbe far capire che forse è meglio sostenere le attività chiudendo tutto piuttosto che scardinare un modello sociale affrontando comunque costi altissimi.

Secondo uno studio fatto da Healthcare Datascience Lab (HD-LAB) della Università Carlo Cattaneo, ogni paziente costa allo Stato dai 15 ai 22 mila euro in base se sia in terapia ordinaria o intensiva. Calcolando che di media in ospedale si può stare 18 giorni è facile fare due conti, aggiungendo però anche i costi sanitari base come i dispositivi, i tamponi, il personale aggiuntivo, il 118, e via via tutte le attività correlate, comprese le cure domiciliari per le migliaia di ammalati con sintomi lievi.

A questo punto si capirà che gli investimenti per far tenere botta alle imprese in crisi possano essere addirittura inferiori a quelli per la sola sanità se non si arriva a misure drastiche. L’unica valida è però solo il distanziamento sociale temporaneo (almeno un mese per decongestionare una situazione che rischia di esplodere).

Il precipizio è all’orizzonte e da qui nasce l’ultima riflessione. Conte si sta prendendo molte critiche per i continui Dpcm, ma forse la strategia è fin troppo comprensibile. A causa delle tensioni sociali, inevitabili ma spesso fomentate dai soliti noti, meglio chiudere per gradi, ma l’epilogo purtroppo sembra poter essere solo uno perché la vita è sempre più importante della borsa. E forse anche meno costosa.

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