“Siamo quelli che si alzano alle 5 e si spaccano la schiena nel silenzio degli uffici ancora chiusi. Siamo le donne e gli uomini che ogni giorno sanificano i reparti Covid, che in pieno lockdown hanno pulito ospedali, scuole, supermercati e mezzi pubblici senza i dispositivi di protezione. Senza di noi sarebbe tutto fermo. E lo facciamo per 7 euro lordi l’ora”. Stefania Calcagnolo ha 45 anni e da venti fa le pulizie nella sede dell’Inps di Torino. Nella sua carriera ha cambiato sei datori di lavoro e non ha mai guadagnato più di 750 euro al mese, che da luglio, con l’ultimo cambio d’appalto, sono scesi a 300. È una dei 600mila lavoratori delle pulizie e dei multiservizi che aspettano da sette anni e mezzo il rinnovo del contratto collettivo nazionale di categoria, scaduto il 30 aprile del 2013: quasi un record, ora che il contratto della sanità privata – in attesa da ben 14 anni – è stato finalmente sottoscritto.

Il 21 ottobre hanno manifestato in 49 città d’Italia, tutte collegate con la piazza principale di Roma. A Milano c’era anche Concetta d’Isanto, 57 anni, addetta alle pulizie alla Multimedica di Sesto San Giovanni, che appena il giorno prima ritirava insieme agli altri “eroi del Covid” l’onorificenza di Cavaliere dalle mani del presidente della Repubblica: “Fa parte di quella schiera di lavoratori che ha permesso alle strutture sanitarie di andare avanti nel corso dell’emergenza”, la motivazione del Quirinale. Già, perché senza chi tutti i giorni disinfetta ambienti, prepara e distribuisce pasti, spolvera scrivanie e trasporta pacchi, né le grandi strutture pubbliche né i colossi privati potrebbero reggersi.

I disastri del cambio di appalto – Eppure questi lavoratori, al 70% donne, vivono nella precarietà e nello sfruttamento estremo, tra salari miseri, cambi d’appalto continui e turni massacranti. Prendiamo Stefania: “Per sette anni sono stata dipendente Manital, colosso dei multiservizi con 10mila dipendenti e innumerevoli appalti pubblici. Avevo un contratto da 17 ore e mezza la settimana, che per la nostra categoria sono un lusso” Nel 2019 la Manital diventa insolvente e adesso è sull’orlo del fallimento, con Stefania e centinaia di ex dipendenti a lottare per mesi di stipendi mai pagati. L’Inps, nel frattempo, affida il servizio a un consorzio tra due cooperative (Formula Servizi e Multiservice) obbligate per legge a riassumere tutti i lavoratori. Con una differenza: la nuova commessa è stata assegnata a un ribasso del 48% sul costo della precedente. “Significa che dobbiamo fare lo stesso lavoro in metà del tempo”, spiega Stefania. “Da 17 ore alla settimana sono passata a 10, che a 7,21 euro lordi l’ora significa nemmeno 300 euro al mese. Ma per chi lavora in questo settore – racconta – è la normalità. Siamo quasi tutti in part-time forzato, chi supera i 1000 euro al mese si conta sulle dita di una mano. E a ogni scadenza d’appalto ricominciamo da zero”.

Sono proprio i cambi d’appalto il male endemico che rende i lavoratori dei multiservizi pedine in mano alle aziende. “In media i contratti durano tre anni”, spiega al fattoquotidiano.it Cinzia Bernardini, segretaria nazionale Filcams Cgil. “Le gare per l’affidamento si svolgono sempre al massimo ribasso, anche se sarebbe illegale. Le committenze finiscono per affidare appalti a costi insostenibili, su cui però le aziende devono in qualche modo guadagnare: e visto che lo straccio magico non l’hanno ancora inventato, l’unico modo per avere un margine è tagliare il costo del lavoro”. Così a intervalli regolari operai, facchini e addetti alle pulizie rischiano di vedersi abbattere il monte ore oppure – figurando ogni volta come “nuovi assunti” con tutele minime – essere messi alla porta senza troppi complimenti. Carmela, ad esempio – che fa le pulizie in una scuola elementare di Roma – da fine febbraio ha il contratto sospeso e un figlio da mantenere. “Tiro avanti con il Fondo integrativo di solidarietà, 300 euro al mese, e vari lavoretti in nero. A 48 anni che alternative posso mai avere?”.

La battaglia per il rinnovo del Ccnl – A tutto ciò si aggiunge il contratto collettivo scaduto, che blocca da sette anni ogni adeguamento salariale. Nonostante il confronto avviato all’inizio dell’estate tra sindacati e associazioni datoriali, non si è ancora arrivati a un punto d’incontro. Per questo Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti hanno indetto la manifestazione di giovedì scorso. “A giugno era stata raggiunta un’intesa per garantire un minimo riconoscimento economico a questi lavoratori così preziosi durante la pandemia, istituendo anche la figura del rappresentante aziendale per la sicurezza che finora nel contratto è assente”, sintetizza Bernardini. “Ricordiamo che non si tratta di aziende in crisi, anzi: con il Covid le imprese di pulizia hanno moltiplicato le entrate. Ma i datori di lavoro si sono presentati ai tavoli con tutt’altre richieste, pretendendo di aumentare ancora una flessibilità già all’estremo, di istituire la banca ore, di legare gli adeguamenti economici a una rinuncia ai permessi per malattia. E gli ultimi due incontri, il mese scorso, li hanno fatti saltare. Noi così non ci stiamo. Siamo già in stato d’agitazione e pronti allo sciopero generale se la situazione non si sbloccherà a breve”.

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