“Non ho mai temuto di finire in terapia intensiva, ma aver visto il peggioramento improvviso al quarto, quinto giorno di malattia, di persone a me vicine mi ha fatto capire quanto sapessimo poco del virus e quanto vada temuto”. A dirlo, in un’intervista al Corriere della Sera, è Nicola Magrini, il direttore di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ricordando la sua esperienza con il coronavirus. “Credo di essere stato contagiato a Bologna da un medico, mio conoscente“, ha raccontato, precisando di aver infettato anche a moglie in maniera più grave. “Era marzo. Poiché la settimana successiva avrei dovuto vedere il ministro Speranza sono andato in ospedale per un tampone. Dopo il prelievo mi sono fermato a parlare in corridoio con il mio amico medico, ambedue senza mascherine per alcuni minuti. Lui il mercoledì ha saputo di essere positivo e io il venerdì ho avuto febbre e qualche sintomo. La domenica, dopo un nuovo tampone, positivo anch’io. Lo riconosco, sono stato imprudente“.

“Sono stato ricoverato per 12 giorni in isolamento, ho contagiato mia moglie, ma per fortuna non i miei collaboratori. So dunque di cosa parlo”, ha sottolineato Magrini. Poi il racconto della malattia: “A parte i primi due-tre giorni immobile a letto, con grande stanchezza e dolori muscolari, ho ripreso bene grazie anche agli impegni di lavoro che continuavo a mandare avanti. Le mie riunioni sia in Aifa sia con il Cts e la Protezione civile non si sono mai interrotte”, ha aggiunto.

E ha assicurato di non aver avuto privilegi in convalescenza: “L’unico vantaggio è stato di aver rifiutato un farmaco antivirale: avendo visto i risultati preliminari non intendevo assumerlo”. Dopo sei mesi, ha sottolineato ancora Magrini, qualcosa è cambiato in tema di terapie: “Ora sappiamo che il cortisone è il cardine delle cure, è provato che riduce la mortalità. Un secondo pilastro è l’eparina. All’inizio del prossimo anno arriveranno gli anticorpi monoclonali, opzione preziosissima. Il plasma iperimmune non si sa ancora se funziona, neppure negli Usa dopo oltre 4 mila pazienti trattati. Quanto al remdesivir, servono nuovi studi”.

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