Tra le poche buone notizie di questo tempo cattivo è che sembra (sembra!) sia finita la stagione dei bonus. La distribuzione dei sussidi a pioggia, senza nessuna selezione, irreggimenta le diseguaglianze e le dilata. Confonde i diritti, mischia le povertà con le furbizie, alimenta la convinzione che la pandemia sia un bancomat, una prova di abilità per chiedere senza dare. Uguale alla prova di resistenza alla nullafacenza che alcuni settori della pubblica amministrazione (solo alcuni in verità) si attribuiscono con lo smart working, inteso non come lavoro da casa ma come un nascondiglio dal salotto di casa.

Il governo ha il dovere di sostenere chi è in difficoltà, sia essa estrema o meno, e ha l’obbligo di aiutare e dare di più a chi perde di più verificando la fondatezza delle richieste di sussidio. In questo caso sarebbe anche auspicabile, per il principio della solidarietà, che chi la chiede dimostri di averla in precedenza, e nelle forme previste dalla legge, data. Perciò sarebbe una bella giornata se il ministro dell’Economia domani proponesse di concedere agli esercenti delle attività oggi compromesse con le chiusure anticipate di integrare al cento per cento le perdite considerando i ricavi di questi giorni nell’identica cifra di quelli trasmessi all’agenzia delle entrate e contenuti nella dichiarazione dei redditi del 2019.

Sarebbe un modo per mostrare, in via definitiva e inappellabile, che la furbizia, se portata alle estreme conseguenze, diviene una devianza dell’intelligenza.

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