In Italia ancora troppi alunni con disabilità senza sostegno. Si tratta soprattutto di minori che da marzo non vanno a scuola a causa delle misure per la pandemia di Sars-cov-2 e durante il lockdown, quasi sempre, non hanno potuto utilizzare la Didattica a distanza. Sono migliaia gli studenti disabili che, al rientro in classe, non hanno poi ricevuto le ore adeguate di sostegno come previsto dal loro Piano Educativo Personalizzato (PEI), venendo cosi doppiamente discriminati. Tanti alunni con plurime disabilità gravi che addirittura non hanno trovato ad accoglierli neanche il docente di sostegno assegnato, costringendo i genitori a tenerli a casa ancora per un tempo indefinito. Alla carenza cronica degli insegnanti specializzati, quest’anno si aggiungono tutte le criticità e i ritardi provocati dal Covid-19. Ma le famiglie degli alunni disabili protestano: “Non accettiamo di vedere abbandonati i nostri figli, per troppo tempo dimenticati dalle istituzioni. Serviva sicuramente maggiore attenzione verso questi studenti speciali che hanno bisogno di tornare a frequentare la scuola come tutti gli altri e vedere garantita la continuità didattica con i loro docenti di sostegno in totale sicurezza” denunciano i genitori. Ilfattoquotidiano.it ha raccolto le testimonianze di cinque mamme.

“Mia figlia è a casa da febbraio e le hanno assegnato zero ore di sostegno. La scuola poteva rappresentare l’unica risposta positiva al disagio vissuto finora”Caterina Rizzo è la mamma di Chiara, 14enne che vive su una carrozzina, con una tetraparesi non verbale e che riesce a comunicare attraverso la Comunicazione aumentativa alternativa. Abitano a Pessano con Bornago, Milano. Chiara dovrebbe frequentare la 2° media. I suoi compagni hanno iniziato il 7 settembre e lei la settimana dopo, ma con zero ore di sostegno i genitori hanno dovuto tenerla a casa. “Abbiamo ricevuto solo 10 ore a settimana di assistenza educativa comunale ma neanche un’ora di sostegno. Riscontriamo un peggioramento rispetto all’anno scorso perché mancano anche docenti di ruolo, cosa mai accaduta prima, e siamo preoccupati perché non ci hanno detto quando arriverà il sostegno” racconta Caterina al Fatto.it. Per assistere Chiara bisogna essere idonei e superare corsi specifici di formazione, non tutti possono gestire una studentessa che si alimenta usando la peg. “Non abbiamo ricevuto una comunicazione neanche dall’assistente sociale” afferma Caterina. “L’unica che ci ha contattato è stata la coordinatrice di classe, comunque gentile, e ci ha suggerito di tenere Chiara a casa per l’assenza del sostegno. Mi domando dove sia finita l’inclusione?” si chiede. Così la madre è costretta a restare con la figlia a casa. “Chiara è come se fosse segregata”. Inoltre Caterina lamenta il taglio del servizio trasporto: “ L’anno scorso 3 volte a settimana la accompagnavo con la macchina del Comune, da ottobre ci hanno detto che possiamo usufruire del servizio solo per l’andata o il ritorno. Cosi ci negano un diritto riconosciuto”.

“Noi genitori siamo molto frustrati perché siamo a casa da mesi a gestire da soli situazioni drammatiche. Bisognava fare meglio per la ripresa scolastica” – Per Carlotta la scuola è molto più che un luogo di apprendimento. “Mia figlia pur avendo diritto a due docenti di sostegno per 18 ore a settimana, non ha sostegno, le vengono garantite solo 9 ore di educatrice ma per un caso come il suo non servono a nulla e deve restare a casa” racconta Marina Villa, mamma di Carlotta. La 15enne, autistica, è ancora in terza media perché “non è pronta per le superiori ed è stata bocciata – dichiara Marina -. Sapevamo che iscrivendola alle medie avrebbe avuto maggiori garanzie sul sostegno, invece stiamo vivendo un incubo prolungato”. Carlotta vive a Rodano, vicino Milano, fa basket e nuoto, ha molta forza. “Cerchiamo di tenerla occupata il più possibile, la seguiamo sempre perché ha atteggiamenti oppositivi-violenti” spiega la madre. “Adesso ci troviamo in un momento di grande difficoltà e se arriverà un insegnante di sostegno diverso dobbiamo ricominciare daccapo, perdendo le conquiste degli ultimi anni”. Durante la quarantena i genitori sono stati gli unici suoi punti di riferimento. “Per cercare di farla uscire e reinserirla in un contesto di socialità l’abbiamo iscritta ad una scuola estiva che ci è costata 500 euro a settimana. Ma non tutti possono permettersi costi cosi elevati e adesso tutto sembra vano perché mia figlia è costretta a stare ancora a casa” termina amareggiata la madre.

“Mio figlio ha ricevuto meno ore di sostegno rispetto a quelle previste dal PEI”Daniela Meroni è la madre di Francesco, 14 anni, tetraplegico non vedente con disabilità plurime gravissime. Frequenta l’ultimo anno della Scuola Media statale “Vivaio” di Milano, che prima faceva parte dell’Istituto dei ciechi e da qualche anno è aperta anche a tutti gli studenti. “Una scuola “speciale” innovativa, a tempo pieno, con indirizzo musicale e per questo molto ambita” dice Daniela. Nella classe di Francesco ci sono 26 alunni di cui tre con disabilità. “Mio figlio necessita di un livello di assistenza elevato, ha bisogno di un sostegno con un rapporto di 1 a 1, ma al momento queste condizioni non sono rispettate” afferma Daniela. La classe sarà in sofferenza per gestire tutti nel modo idoneo previsto dal PEI. “Bisognerebbe assegnare prima dell’inizio delle lezioni un numero sufficiente di docenti di sostegno, non continuare a utilizzare cattedre in deroga, magari con insegnanti senza titoli” afferma Meroni. Nonostante tutto Francesco va a scuola. “Mio figlio – continua Daniela – segue il docente dal punto di vista cognitivo, ma quello che serve è anche l’assistenza quando deve soffiarsi il naso, andare a pranzo, recarsi in bagno”. Da genitore è soddisfatta della ripresa delle lezioni in presenza? “La più grossa scommessa è stata riuscire ad aprire la scuola, le classi entrano ed escono in modo scaglionato, le distanze sono mantenute”.

“Il maestro di sostegno è costretto a distogliere attenzione da Diego per aiutare altri bambini senza aiuto che sono in altre classi” – Diego ha 7 anni, con una paralisi cerebrale infantile e frequenta la prima elementare a Gorgonzola. “Non ci hanno fissato nessun incontro conoscitivo con l’insegnante di sostegno. Le nomine vengono fatte troppo tardi, quando la scuola è già iniziata” protesta Ilaria Lepore, la mamma. Diego ha difficoltà motorie e cognitive, cammina su tutori ma usa anche la sedia a rotelle. Le ore di sostegno disposte sono 25, oltre a 9 ore dell’educatore. “Abbiamo un docente di ruolo ma è uno dei pochissimi casi nella scuola, sembra un privilegio ma dovrebbe essere la norma per tutti gli alunni con gravi disabilità” afferma. La criticità maggiore riscontrata è che il docente di sostegno di Diego aiuta anche altri bambini disabili che sono in classi diverse. “Siamo preoccupati, nostro figlio ha diritto a essere seguito per tutte le ore di sostegno, ma non vogliamo che si crei una guerra tra poveri, dove si mettono le famiglie le une contro le altre, è una cosa inammissibile”. Diego, tra le varie cose, ha bisogno di fare il riposino a scuola nel pomeriggio, dato che soffre di epilessia e prende dei farmaci che provocano sonnolenza. “A volte ci sentiamo dire da un insegnante di fare attività alternative alla scuola ma non rinunceremo a ciò che spetta a mio figlio. Bisogna lottare già dalla prima elementare per vedere riconosciuto il diritto allo studio, la coperta è sempre troppo corta”.

“L’insegnante di sostegno non ha le competenze specifiche che occorrono per seguire mio figlio” – E’ mamma di un bimbo di 3 anni e mezzo con gravissimi disturbi dello spettro autistico. Vivono a Varese e il piccolo frequenta il primo anno di una scuola materna paritaria. “Ci hanno dato il massimo delle ore di sostegno (25) e mio figlio va alla materna tre volte alla settimana perché deve seguire delle terapie a Milano” dice la mamma. “La sua insegnante di sostegno – aggiunge – temo che sia una di quelle maestre jolly perché non mi sembra capace a gestire mio figlio, non ha le competenze né la predisposizione che occorre per conoscere le varie terapie da seguire”. La madre lamenta la carenza di personale idoneo a ricoprire una funzione fondamentale per la crescita del bambino. “Mi è capitato più volte di andare a scuola e ho visto che non c’era un rapporto di sostegno 1 a 1 tra il docente e mio figlio. Questo non dovrebbe mai accadere nella sua situazione, perché ha bisogno di assistenza continua e di fare anche giochi funzionali con sempre qualcuno al suo fianco”.

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