Si è chiuso a Siracusa con cinque condanne per omicidio colposo il processo per la morte in carcere di Alfredo Liotta. Antigone, con il nostro avvocato Simona Filippi, si era costituita parte civile nel procedimento. Il processo è durato otto lunghi anni.

Era infatti il 9 marzo del 2013 quando la sorella dell’uomo deceduto il 26 luglio dell’anno precedente nel letto della sua cella nel carcere Cavadonna di Siracusa scriveva ad Antigone: “Chiedo un vostro intervento nella difesa del caso di Alfredo Liotta il quale è stato lasciato morire senza alcun soccorso. L’ultima volta che io l’ho visto è stato ad aprile 2012, era già molto deperito, pesava non più di 55 kg e poi da aprile a luglio c’è stato il decadimento psicofisico che lo ha portato alla morte”.

Il quarantenne Alfredo Liotta soffriva di una forte depressione e di una grave forma di anoressia. Il 5 luglio 2012, pochi giorni prima della morte, l’avvocato aveva chiesto che il suo assistito potesse essere curato al di fuori del carcere. Era arrivato a pesare 40 chili. Ma il perito della Corte d’Appello di Catania davanti alla quale Liotta era a processo, incaricato di visitarlo, pur trovandosi di fronte un uomo orami vicino al decesso, lo indica come un simulatore e parla del suo comportamento come di quello artefatto di chi sta recitando. La perizia da lui depositata il 13 luglio 2012, ovvero 13 giorni prima della morte di Liotta, impedisce a questi di accedere a cure esterne. Nessuno dei medici e degli psichiatri del carcere che Liotta ha attorno si fa carico di quel che tuttavia è evidente: l’uomo sta malissimo.

Il 6 giugno 2013, dopo tre mesi di lavoro, Antigone deposita un esposto alla Procura di Siracusa chiedendo che vengano individuati i responsabili della morte di Alfredo Liotta. Alla fine di novembre la Procura informa che dieci persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Si tratta del direttore dell’istituto e di nove fra medici e psichiatri che avevano visitato l’uomo, tra i quali il direttore sanitario dell’istituto e il perito di cui sopra (risultato poi assolto: capiremo dalle motivazioni della sentenza in che modo il nesso causale tra il suo comportamento e la morte di Liotta è risultato non comprovato).

Nel giugno del 2014 viene depositata una consulenza tecnica collegiale che censura duramente il comportamento dei medici nei giorni immediatamente antecedenti la morte di Liotta. Vi si legge che l’uomo è deceduto nel suo letto per collasso cardiocircolatorio “dovuto a rettorragia da verosimile lesione emorroidaria che con alto grado di probabilità non avrebbe determinato l’exitus se non si fosse innestata nel contesto dello stato anoressico/cachettico legato ad una condizione psicopatologica depressiva grave”.

Nel dicembre del 2016 il pubblico ministero ha chiesto l’emissione del decreto che dispone il giudizio per omicidio colposo nei confronti dei nove medici indagati. Viene stralciata la posizione del direttore del carcere. Alla conclusione dell’udienza preliminare nel maggio 2018, i medici vengono rinviati a giudizio. La prima udienza del dibattimento è fissata per il maggio successivo, a un anno di distanza. Comincia così l’ultima parte di quel lungo percorso che ha portato alla conclusione delle scorse ore: cinque medici condannati per omicidio colposo per aver lasciato che accadesse quel che invece poteva essere evitato.

Il dibattimento ha fatto emergere che i medici, poi condannati, non hanno fatto nulla per curare Liotta. Non gli hanno misurato la pressione, non lo hanno mai pesato e soprattutto non hanno mai neanche parlato con lui per convincerlo a nutrirsi o a farsi fare una flebo. Fino al giorno prima del decesso si sono limitati a prendere atto che l’uomo non si alimentava. Non si trattava di mettere in atto interventi complessi o valutare difficili patologie. Sarebbe probabilmente bastato poco – prima di tutto il dialogo – per salvare quella vita.

Alfredo Liotta poteva essere curato. Se fosse stato condotto per tempo in ospedale oggi sarebbe vivo. Ci sono voluti otto lunghi anni per un primo tassello di giustizia. In questo caso la responsabilità è di chi avrebbe dovuto curarlo, prenderlo in carico, e non lo ha fatto. Il ruolo del medico in carcere è essenziale. Nelle sue mani è la vita delle persone, ancor più che fuori dove vi è libertà di movimento e di scelta.

Sono tante le segnalazioni che arrivano ad Antigone sulla questione della salute. La salute in carcere è tutto e i medici non devono mai girare la testa dall’altra parte. Il diritto alla salute è un diritto universale che non può dipendere dalla condizione di persona libera o detenuta. Le vite in carcere non possono valere meno che fuori. Il sistema deve sapere e volere farsi carico di intercettare le patologie di ogni persona detenuta che lo necessiti. Il segnale arrivato da Siracusa lo ha detto con nettezza.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Vaticano, arrestata a Milano Cecilia Marogna: ordine di cattura internazionale per la “dama del cardinale” Becciu

next
Articolo Successivo

Mette ansiolitici nel cappuccino della collega perché ha paura di perdere il posto di lavoro. Condannata a 4 anni a Bra

next