Solo nel 2019 da Brindisi sono partite 428 tonnellate di aiuti umanitari destinati a tutto il pianeta: 75 le operazioni organizzate e gestite, 34 i Paesi colpiti da emergenza o crisi umanitaria sostenuti. È il ruolo strategico della base italiana Unhrd nel panorama mondiale del World Food Programme, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace. L’organizzazione, insignita del riconoscimento forse più prestigioso in assoluto, ha sede a Roma ma in Puglia, proprio nel cuore del Mediterraneo, si trova uno suoi dei centri operativi di maggior interesse, la prima base di Pronto intervento umanitario della storia, tanto da essere ritenuta, proprio delle Nazioni unite, un “modello”. La fonte di ispirazione per la realizzazione delle gemelle che sono altre cinque e sono sparse negli altri continenti. Solo due in Europa: c’è Las Palmas, in Spagna e poi Accra in Ghana, Dubai negli Emirati Arabi, Panama City e Kuala Lumpur in Malesia.

Brindisi è stata scelta per la sua posizione e per la sua rilevanza logistica. Ha un porto, un aeroporto civile e uno militare, il “Pierozzi” dove si trovano i magazzini in cui sono conservati i materiali umanitari e le attrezzature. Una missione si organizza anche in 24 ore. Ce ne sono volute appena 48 per far partire un aereo di aiuti diretto a Beirut, poco dopo l’esplosione del 4 agosto scorso. Sono stati tantissimi gli interventi in vent’anni di attività: Iran, Mozambico, Siria, Indonesia, Nigeria per citarne solo alcune. La base è stata creata nel 2000 e nell’anno in corso raggiunge i suoi 20 anni di attività. Ma causa Covid non ci sono state celebrazioni e festeggiamenti ufficiali. Il principale finanziatore della base è la Cooperazione italiana allo Sviluppo.

Tutto nasce a metà degli anni 80. È il governo a pensare di consentire all’Onu e alle organizzazioni umanitarie di avere una sede per collocare in pianta stabile beni di primo soccorso da spedire in quei luoghi, del pianeta, in cui ci sono calamità, incidenti, guerre, emergenze sanitarie. Viene scelto inizialmente l’aeroporto militare di Pisa. Alla fine degli anni 90 il deposito viene trasferito a Brindisi. La scelta viene effettuata per ragioni logistiche e geografiche. E’ porta d’Oriente ed è posta nel bel mezzo di Europa e Africa. Una posizione chiave. La prima operazione è datata 20 giugno 2000. Un Iliyushin 76 fu caricato con 36 tonnellate di aiuti e un ospedale mobile diretto ad Asmara. La popolazione eritrea era stata colpita dalla guerra di confine con l’Etiopia.

Da allora la base non si è mai più fermata. Non parte cibo, ma coperte, tende, set da cucina, zanzariere. Nelle celle frigorifere ci sono i medicinali e i kit sanitari d’emergenza. Dopo Brindisi, nascono le altre cinque al mondo. Per fare due conti, da gennaio a settembre 2020 le sei basi hanno supportato 36 organizzazioni partner spedendo 17.900 tonnellate di aiuti e attrezzature logistiche in 126 Paesi per la risposta al Covid-19 ed altre emergenze umanitarie. E molto, probabilmente, dovranno continuare a farlo.

Lo scopo è sempre stato e resta quello di assistere le popolazioni colpite da disastri naturali o emergenze complesse, aumentando la capacità di risposta della comunità umanitaria internazionale. Gli stock di materiale umanitario e attrezzature logistiche possono essere di proprietà di agenzie delle Nazioni Unite, di governi, di organizzazioni non governative o internazionali che abbiano un accordo di cooperazione con il Wfp. Le visite istituzionali sono continue. L’apprezzamento per il lavoro svolto viene rinnovato puntualmente. Lo ha specificato anche la vice ministra degli Esteri, Emanuela Del Re, nel congratularsi con David Beasley, capo del Wfp: “C’è un po’ d’Italia – ha detto – in questo premio Nobel al Wfp. La collaborazione e cooperazione tra Italia e World Food Programme è eccellente, strategica e di lunga data. Ospitiamo con orgoglio la sede del Wfp a Roma e l’Humanitarian Response Depot (Unhrd) a Brindisi e siamo impegnati a migliorare la partnership in futuro”.

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