“L’alleanza col Pd è un mezzo per portare a casa i nostri dossier”. Mentre “quando eravamo all’opposizione non è mai passato niente del Movimento 5 stelle“. Francesco Silvestri è deputato M5s al primo mandato, attivista storico di Roma, ex capogruppo e primo firmatario della legge sul lobbismo che a novembre arriverà per la prima volta in Aula dopo 30 anni. Ieri era in commissione Affari costituzionali quando è stato adottato il testo base per la legge da sempre considerata “impossibile” da approvare: quella sul conflitto di interessi. E’ successo grazie all‘asse con Pd e Leu (Italia viva si è astenuta) ed è successo in uno dei momenti più caotici e difficili per il M5s. “Non vedo ostacoli che impediscano a conflitto di interessi e ddl lobby di vedere la luce in questa legislatura”, dice a ilfattoquotidiano.it. Ma non si poteva fare prima con la Lega? “Non ha la stessa sensibilità del Pd su questi temi”. 48 ore dopo i ballottaggi e le vittorie dei candidati giallorossi in cinque Comuni, con il Movimento diviso tra Luigi Di Maio che invoca “il modello coalizione” e Alessandro Di Battista che lo definisce “la morte nera“, Silvestri parla dell’alleanza come un “mezzo per il M5s” e una “chance per il Pd”: “Se il 33% lo avessimo parcheggiato all’opposizione, oggi quante leggi avremmo fatto?”, dice. Agli Stati generali certo si discuterà del “senso dell’alleanza” (e non esclude un tavolo con i dem per Roma). Ma anche dei rapporti sempre più tesi con Davide Casaleggio: “Sono cambiate le nostre esigenze”. E se ne dovrà tenerne conto. Anche a costo di uno strappo? “Se le differenze restano insormontabili, quella è la soluzione”.

Perché dovremmo credere che questa volta sul conflitto di interessi si fa sul serio?
Il nostro obiettivo non è far perdere tempo alla prima commissione, ma portare avanti uno dei tanti dossier da sempre, volutamente, non affrontato dalla politica. E vogliamo farlo con la stessa forza del reddito di cittadinanza, dell’anticorruzione e del taglio dei parlamentari.

Fondamentale sarà la tenuta dell’asse col Pd.
Il Pd ha un’occasione perché vicino non ha più Alfano, ma il Movimento 5 stelle. Se lo vorrà, come credo, il conflitto di interessi vedrà la luce. L’Europa ha detto che il percorso fatto è buono: sia con anticorruzione che con il whistleblowing, due riforme M5s. Mancano le leggi su conflitto di interessi e lobby per avere un quadro ottimale. Sono due riforme slegate nei contenuti, ma fondamentali con i 209 miliardi (del Recovery fund ndr) in arrivo.

La legge sul conflitto di interessi era nel contratto di governo gialloverde: non fece un passo.
C’è una differenza di sensibilità importante fra la Lega e il Partito democratico sui due temi. Per questo non vedo nessun ostacolo che impedisca alla legge sul conflitto di interessi e a quella sulle lobby di vedere la luce in questa legislatura. Vedremo il percorso nel merito in commissione e in Aula, ma se la maggioranza non le porterà a termine, sarà solo colpa della maggioranza. E se ne dovrà assumere la responsabilità.

Ce lo può dire: differenze di sensibilità significa che la Lega non voleva quella legge?
Sì possiamo dirlo. Appartenendo culturalmente a una coalizione per la quale le leggi sul conflitto di interessi e le lobby sono i nemici principali, di certo non era particolarmente sensibile al tema. E’ stato difficilissimo proprio il lavoro di interlocuzione su questi argomenti, anche se erano nel contratto di governo.

Italia viva si è astenuta. Farà guerra al governo anche su questo fronte?
Italia viva rimane sempre border line in queste situazioni. Prima vogliono vedere le modifiche che saranno fatte al testo, ma non c’è un diniego ideologico. E’ un’occasione anche per loro.

Dialogo, intese: ci sta dicendo che siete pronti per parlare di accordi strutturali? Per Di Maio alle amministrative ha vinto il “modello coalizione”.
Se l’alleanza è il mezzo e non il fine, quello che dice Luigi ha assolutamente senso. Votare il M5s oggi, vuol dire consegnare a una forza libera, giovane, i dossier che la politica non ha mai affrontato. Vale nelle città come al governo. Il punto è: se il 33 per cento lo avessimo parcheggiato all’opposizione, quante leggi avremmo fatto? E’ la domanda da farsi. Tu vuoi dire alle persone che cambierai la loro vita o lo vuoi fare? Vuoi urlare che la giustizia, l’ambiente e le politiche abitative possono essere migliori o vuoi farlo?

Di Battista però ha detto che l’alleanza con il Pd è “la morte nera”.
Stabilire a tavolino che un’alleanza è la morte, per me è un segno di debolezza. Stai dicendo prima che sei incapace di far passare i tuoi temi. Ora stiamo lavorando su tante cose importanti: la pandemia, il conflitto di interessi, la riforma fiscale. Non sono temi da morte nera e se riuscirai ad ottenere risultati, le persone te lo riconosceranno. Altrimenti significa che sarai stato schiacciato da un’alleanza e avrà avuto ragione lui.

Ha detto anche che chi parla di alleanze sta pensando alla sua poltrona.
E’ il suo punto di vista. Io lavoro 24 ore al giorno dal lunedì alla domenica e non per la poltrona.

E pure che si sente solo nelle battaglie, mentre il M5s “va da un’altra parte”.
Se si sente solo, in mezzo a noi è il benvenuto. Di Battista è un valore importante. E’ stato un parlamentare, sa come funziona qui dentro: lo sa da persona che ha vissuto all’opposizione e sa benissimo che all’opposizione non è mai passato nulla del Movimento 5 stelle.

Dall’opposizione al governo il Movimento è cambiato molto?
Fortunatamente. Lo abbiamo chiesto per 5 anni di avere una prova di governo.Di Battista insieme a Di Maio ha detto in tanti salotti televisivi che se non fossimo arrivati al 40% avremmo messo sul tavolo i temi e li avremmo portati avanti con chi c’era. Sicuramente è un sistema più complesso, ma dà tante soddisfazioni fare una legge come il reddito di cittadinanza e poi andare sui territori e incontrare chi l’ha ricevuto. C’è un gusto migliore rispetto al dirlo per 5 anni.

Nel M5s c’è chi teme che il Pd vi “cannibalizzi”. E che l’alleanza vi condanni a sparire.
Non dipende dall’alleanza, ma dalla forza con cui tu sai imprimere la tua identità e la sai trasmettere. Probabilmente se al 33% ci fossimo chiusi nuovamente, avremmo avuto gli stessi risultati. Siamo cresciuti perché siamo riusciti a interpretare un malessere delle persone e lo abbiamo portato nelle stanze del potere. Oggi l’alleanza può essere il mezzo per affermare la nostra identità in modo ancora più forte, perché riusciamo a portare a casa dossier mai portati a termine. E questo è la cosa più identitaria del mondo.

E i rapporti col Pd come sono?
C’è un buon clima. Si riesce a lavorare. Per me il Pd è un finto problema. Quello che le persone recepiscono del M5s, dipende dal M5s.

Però in molti casi, nelle coalizioni, non siete più la forte trainante.
Dobbiamo dare dei messaggi meno contrastanti sul tema della coalizione. Agli Stati Generali si discuterà anche il senso di un’alleanza. E una volta finiti avremo una linea chiara.

Ecco, gli Stati generali. E’ stato un lento logoramento, perché non convocarli prima?
C’è stata una pandemia di mezzo. Per me gli Stati generali si fanno, non si raccontano. Il modo più leale di affrontarli è dare risposte a prescindere da quali saranno. E usare meno la stampa per parlare fra di noi.

E’ il primo congresso del Movimento 5 stelle?
E’ il primo momento di riorganizzazione dopo 10 anni. Delle cose cambieranno sicuramente.

Si parlerà di coalizioni. Si parlerà anche di Roma e del dialogo col Pd?
Assolutamente. Noi siamo profondamente convinti che il Movimento 5 stelle e Virginia Raggi abbiano lavorato bene in condizioni tremende, sia mediatiche che organizzative. Abbiamo tenuto la schiena dritta.

Ma la candidatura della Raggi è intoccabile?
E’ una discussione prematura. Personalmente penso che possa fare bene anche al secondo mandato. Anticipare troppo i ragionamenti su Roma fa solo male al dialogo che poi le due forze avranno sicuramente.

A proposito di discussioni premature. Il viceministro Cancelleri ha parlato di accordi con una lista Conte per le prossime elezioni. E’ quello il piano?
L’unico che può dare una risposta è Conte, si parla del suo nome e della sua credibilità. Tirarlo per la giacchetta ora è, anche qui, un po’ prematuro. Dovrebbe essere lui a fare dei passi se li vorrà fare, posto che la sua attenzione ora è su come investire 209 miliardi.

Per il Movimento sono giorni difficili: uno scontro così forte con Davide Casaleggio sarebbe stato impensabile qualche anno fa.
Mentirei se negassi il nervosismo che c’è tra le due parti. E’ evidente. Dopo 10 anni sono cambiate le esigenze: Rousseau ha delle esigenze, i 5 stelle ne hanno delle altre. Se si riuscirà a farle collimare credo si possa e si debba andare avanti, altrimenti ognuno farà le sue scelte.

La piattaforma deve essere gestita dal Movimento?
Le funzioni che servono al Movimento deve deciderle il Movimento. Ovviamente anche ascoltando il punto di vista delle persone che sono all’interno di Rousseau, che sono esperte. Ma le funzioni che servono alla democrazia del Movimento, allo sviluppo e alla sua organizzazione sicuramente devono essere in capo al Movimento 5 stelle.

E questo anche a costo che le strade di Casaleggio e del Movimento si dividano?
Mi auguro di no. Ma non posso farci nulla. Posto che non me lo auguro, se le differenze diventano insormontabili quella sarà la soluzione.

Casaleggio ha minacciato di togliere il supporto al M5s se diventa un partito. Lo è già?
Quello che differenzia il M5s da un partito, non è la parola, ma avere le mani libere per tenere la schiena dritta su temi come il conflitto di interessi. Il dibattito deve essere sui temi e su quanto il Movimento è disposto a battersi. Sento dire che l’organizzazione fa diventare un movimento un partito. L’organizzazione serve a organizzarsi, niente di più.

C’è un altra regola che vi differenzia dagli altri partiti: il limite dei due mandati.
Credo che sia una regola molto importante e che vada mantenuta. Ovviamente impone un ricambio continuo di persone di spessore e l’organizzazione sui territori è fondamentale. I due mandati sono giusti, ma il M5s si deve impegnare a valorizzare di più i suoi enti locali per fare sì che il ricambio sia di qualità.

Ma tra i parlamentari ce ne sono molti che vogliono il terzo mandato?
Meno male, stessimo in un movimento con un pensiero unico mi preoccuperei. Poi sono le motivazioni che fanno decidere gli iscritti. Che sono l’unico organo che può sciogliere veramente i nodi.

Dagli Stati generali uscirà un capo o tanti?
Io sono per la leadership collegiale. La leadership monocratica ha messo in difficoltà persone come Di Maio e Crimi: il lavoro è enorme. Più un’organizzazione è strutturata e più riesci a farla funzionare. Il Movimento è troppo grande per essere governato da un organo monocratico.

Di quante persone parliamo?
Le figure non vanno create prima del ragionamento su quali incarichi serviranno. Prima l’organizzazione, poi i ruoli.

Tornerà anche Di Maio?
Sono scelte personali. Che sia Di Battista, Di Maio, o qualsiasi altra persona. Ci sarà un percorso che partirà dalle assemblee provinciali. Non dobbiamo essere autoreferenziali, dobbiamo ascoltare cosa i territori hanno da dire.

Finalmente vi siete ricordati dei territori?
Io vivo questa difficoltà. Però una forza che è cresciuta così velocemente, che è stata chiamata a gestire crolli di ponti, riforme strutturali del paese, pandemie, qualche strascico organizzativo dietro se lo porta. Gli Stati generali servono anche a questo.

E’ una fase così cruciale per voi e Beppe Grillo tace. Non vi manca?
Beppe entra nei momenti che lui reputa. Le sue tempistiche da artista e politico le ha deciso sempre lui, non c’è riuscito Gianroberto Casaleggio a educarlo (ride ndr), non ci riuscirà il M5s.

Grillo e Casaleggio sono invitati agli Stati generali?
Non credo che ci sia una persona che non sia invitata a questi livelli. Chiunque ha qualcosa di intelligente da dire è invitato. Beppe ha sempre avuto parole di enorme innovazione per il Movimento.

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