Gliel’hanno fatta sotto il naso per 40 anni, la Polizia ora dice basta. A quanto risulta al Fattoquotidiano.it sono finiti sotto verifica disciplinare gli agenti protagonisti della clamorosa vicenda del Comune di Carbone, dove si erano candidati incassando l’aspettativa retribuita e subito dimessi una volta eletti. L’amministrazione della Polizia di Stato ha deciso di aprire un fronte sulle candidature sospette allo scopo di accertare se – al di là del lecito che sembra fuori questione – il loro comportamento sia compatibile coi doveri d’onore della divisa. Un accertamento che non esclude profili penali e non si limiterà – è l’impegno ai piani alti dell’amministrazione – al caso deflagrato in Basilicata.

La verifica parte dalla cosiddetta “banda dell’aspettativa“, il manipolo di poliziotti calabresi che per godersi 30 giorni di aspettativa retribuita avevano pensato bene di candidarsi in Basilicata, in quel di Carbone, a 350 chilometri di distanza. Dove non era necessario raccogliere le firme per la lista e dunque possibile candidarsi a distanza, con la certezza quasi matematica di non essere eletti. Il diavolo stavolta però ci ha messo la coda: la lista locale non è stata ammessa per un ritardo nella presentazione e loro sono stati eletti per davvero, senza aver mai messo piede in paese. Le loro immediate dimissioni hanno poi certificato che non avevano alcuna intenzione di amministrarlo. Così, diversamente da altre volte, la vicenda è deflagrata oltre i confini locali e oltre la soglia del tollerabile.

Il Prefetto di Potenza, cui è toccato accogliere le dimissioni e avviare il commissariamento, è stato il primo a volerci vedere chiaro: a seguito di un controllo ha verificato che i candidati fantasma sono effettivamente agenti della Polizia di Stato appartenenti al reparto mobile di Reggio Calabria. Seguendo i nomi, si è scoperto che non era la prima volta che ricorrevano al “trucchetto”, del tutto legale ma molto discutibile per chi indossa una divisa.

Negli ultimi cinque anni gli stessi agenti hanno lasciato una lunga scia di imprese “politiche”. Dal 2015 al 2019, racconta la Repubblica, li si ritrova nelle liste di minuscoli comuni del Sud: nel 2019 a Parolise, in provincia di Avellino, nel 2018 ad Arpaise, nel Beneventano, quindi a Teana (Potenza) e nel 2015 e 2016 a Ginevra degli Schiavoni e Castelfranco in Miscano, ancora in Campania.

La verifica amministrativa non sarà semplice. La furbata dell’aspettativa elettorale è perfettamente legale, anzi è possibile “in forza di legge”. Da 40 anni chi la pratica appende la divisa a un comma dell’Ordinamento dell’amministrazione di pubblica Sicurezza modificato per legge nel 1981. L’articolo 81 regola le “norme di comportamento politico”, il secondo comma stabilisce che “gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale”.

Che si tratti di un delitto perfetto lo conferma il Questore di Reggio, Maurizio Vallone al fattoquotidiano.it: “Questi hanno trovato un meccanismo perfetto, inattaccabile. Hanno utilizzato prerogative consentite dalla legge cui è difficile porre rimedio. Come si fa a impedire a una persona che ha requisiti di legge a candidarsi? E’ complicato, si toccano diritti costituzionalmente garantiti. Speriamo che in futuro qualcuno ci metta mano”.

La legge però è pur sempre una legge, si può cambiare. Lo aveva chiesto con una lettera al Ministro Alfano il sindaco di Carapelle Calvisio, minuscolo centro abruzzese a trenta chilometri dall’Aquila. Domenico Di Cesare aveva notato che le liste rivali erano composte perlopiù di agenti e aveva deciso di denunciare questa pratica. Ma non è servito.

Anche il Parlamento ha avuto la sua occasione. Nel 2014 l’allora deputato di Sel Gianni Meliella aveva depositato una proposta di legge alla Camera proprio per tagliare le gambe ai furbi, in forza di un solo articolo e senza oneri per lo Stato. “Era semplicissima, stabiliva che l’aspettativa non è retribuita. Punto”, racconta l’ex deputato che ne ricostruisce così genesi e destino.

“E’ una storia con cui mi si è avvelenato il sangue nella scorsa legislatura. In Abruzzo si erano candidati addirittura 124 agenti della Penitenziaria su circa 1.460, quasi uno su dieci. C’era un comune vicino l’Aquila, Castelvecchio Calvisio, che fa 100 abitanti. I poliziotti presentarono liste da tutta Italia. Allora mi accorsi della dimensione dello scandalo, che poi è una truffa vera e propria, perpetrata da chi dovrebbe avere il senso dello Stato”.

Chi fine ha fatto la proposta? Da sei anni è nascosta in un cassetto alla Camera. Depositata il 24 maggio, viene assegnata alla Commissione Affari Costituzionali ma l’esame non è più partito: la proposta è ancora là. “La cosa singolare – dice Millella – è che l’avevano firmata quasi tutti i partiti, c’era un consenso ampio perché era ragionevole e senza oneri per lo Stato. Ma ogni volta che la mettevo in discussione nelle leggi finanziarie anche sotto forma di emendamenti puntualmente spa-ri-va. Qualche manina la toglieva e non ho mai capito perché. Ma oggi che al governo ci sono Conte e i Grillini a togliere questo privilegio ci vorrebbe niente”.

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