Negli scorsi giorni, quasi per caso, mi è finito fra le mani un libro strano, curioso e divertente. Si intitola I segreti dello zerbino ed è stato scritto a quattro mani da Cecilia Pierami e Gian Luca Rocco (Morellini editore, 2020).

Il libro è al tempo stesso un giallo leggero, un racconto divertente e un’ottima opportunità per riflettere sulle storture che l’amore eccessivo può generare nel rapporto fra padri e figli.

Già perché chi più chi meno, chi in maggiore e chi in minore buona fede, tutti noi genitori in qualche punto della nostra vita cerchiamo di proteggere i nostri figli in modo sbagliato. Nelle pagine scritte da Gian Luca e Cecilia sono raccontati due tipi di queste distorsioni che più volte ho visto con i miei occhi; la prima, forse la più classica, è quella di un padre che cerca di segnare per il proprio figlio lo stesso percorso che lui ha fatto a suo tempo; non importa se le inclinazioni naturali e le passioni del pargolo (ormai uomo adulto magari) sono assolutamente diverse; il genitore è convinto di sapere che quella sia la cosa migliore per suo figlio e così deve essere.

Attenzione, non parliamo di massimi sistemi o di scelte che è corretto un genitore effettivamente compia per chi ha messo al mondo (alla fine padri e madri educano – o almeno dovrebbero educare! – e i figli vengono educati), ma proprio della negazione senza un vero motivo delle volontà filiali. Alcune volte possono essere più azioni gravi ed altre meno, ma sempre e comunque i figli le soffriranno.

Volete un esempio pratico e poco impegnativo? Era la fine dell’anno scolastico 1987-1988, io volevo imparare oltre all’inglese anche il francese e il tedesco e, quindi, fare il liceo linguistico. I miei genitori decisero che la mia strada era invece il liceo classico (Scrivi così bene! E poi anche papà, tua sorella, gli zii hanno fatto il liceo classico ed è la scuola migliore della città, farai quella!!); ora siamo a settembre del 2020, ad occhio e croce sono passati circa 32 anni, ovvero 384 mesi, o se preferite 11.680 giorni e poco più ed io… continuo a rimpiangere di non aver mai imparato il tedesco e il francese e non perdo occasione per ricordare e rinfacciare ai miei genitori, sia pure in modo mediamente bonario, che questo è avvenuto per colpa loro.

Aver fatto il liceo classico invece che il linguistico mi ha cambiato la vita? Non lo so, ma conosco tanti che per l’obbligo di ereditare lo studio da ingegnere dal papà o la carriera da avvocato dalla mamma hanno chiuso in un cassetto i propri sogni e le proprie volontà buttando via la chiave, diventando sovente pessimi professionisti comunque non degni del nome sulla targa dello studio (ove mamma e papà chiaramente continuano a lavorare per non lasciare che il figlio mandi in malora anni di buon nome!) e privando il mondo di meritevoli pittori, insegnanti, scrittori, medici o chissà che altro.

Cattiveria dei genitori? No, solo tanto amore, che spesso acceca, come il sole quando è troppo forte e ti fa andare a sbattere mentre guidi.

Ne I segreti dello zerbino c’è anche un altro punto del racconto che mi ha colpito, quello in cui un padre, ancora una volta cercando con tutte le sue forze di proteggerla, nasconde per anni alla sua amatissima figlia un atroce segreto (no, non posso dirvi quale sia, per scoprirlo dovrete leggere il libro, altrimenti chi li sente Pierami e Rocco?).

Carmelo – questo il nome del padre della storia – è talmente invaso dall’amore per sua figlia Adele che cerca di farla crescere in un mondo ovattato, che però alla fine si dimostra semplicemente un mondo falso e quando, nel peggiore e più fragoroso dei modi possibili la campana di vetro in cui è sempre cresciuta Adele di colpo si infrange tutto si rompe, tranne l’amore che Adele ha per suo padre e che la porterà a risalire la china assieme a lui, liberandolo finalmente da quel segreto opprimente e dal mondo in cui per via di esso era costretto a vivere, mondo che non sarebbe esistito se il segreto che custodiva fosse semplicemente stato raccontato alla figlia anni prima.

Ecco, leggendo quel libro mi sono scoperto a chiedermi quali erano le scelte che io già avevo fatto in nome e per conto di Marco e Giovanni; volevano davvero fare quel corso di teatro per il quale io e la loro madre li vedevamo portati? Hanno amato con sincerità lo sport che hanno fatto per anni, ma soprattutto, riuscirò a capire quando sarà il momento di far scegliere loro, anche se io credo che la loro decisione sia sbagliata? Saprò farmi da parte e stare a guardare rimanendo al mio posto per aiutarli a rialzarsi se cadranno, ma senza camminare io al loro posto? Lo spero davvero ragazzi miei, non sarà facile, ma non ha mai detto nessuno che fare il padre sia un lavoro facile; e questo lo scopro ogni giorno assieme a voi.

Ah, nel caso io cadessi, per favore, aiutatemi a rialzarmi. Io mi appoggerò a voi con la stessa fiducia con la quale spero voi vi appoggerete a me se sarà il caso.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Ninfa, il Giardino più romantico del mondo compie cento anni ma il suo fascino resta immutato

next
Articolo Successivo

La mediocrità del male erige ramose fortezze

next