Se si potesse dare un nome alla cartina tornasole delle elezioni nelle Marche, questo sarebbe terremoto. E non quello politico che inevitabilmente colpirà la Regione se, dopo 25 anni di governo di centrosinistra, e prima ancora altri 25 di democrazia cristiana, vincerà Francesco Acquaroli (fedelissimo di Giorgia Meloni), ma quello del 2016 che ha segnato una frattura tra Marche prima e Marche post sisma. Come se le scosse avessero risvegliato i cittadini, aprendo loro gli occhi sull’innominabile profonda crisi, economica e sociale, che la Regione stava attraversando, senza che nessuno avesse il coraggio di dirlo.

Il 2015, quando Luca Ceriscioli, presidente uscente e allora candidato del centrosinistra, vinse a mani basse con il 41%, lasciando gli avversari Giovanni Maggi (ex consigliere del Movimento 5 stelle ora fuoriuscito) e lo stesso Acquaroli rispettivamente al 22% e al 20%, sembra ormai un ricordo lontano. Eppure sono passati appena cinque anni. Oggi il suo successore, il candidato Maurizio Mangialardi, sindaco di Senigallia dal 2010, complice anche la mancata alleanza con l’M5s che correrà da solo con Gianmario Mercorelli, fatica a stare in testa nei sondaggi. E l’”onda gialla” delle politiche del 2018, è ormai superata. Di certo c’è che nonostante gli appelli di Nicola Zingaretti, nelle Marche il voto disgiunto “contro le destre” non è possibile (non è previsto dal sistema elettorale). Ma, dicono dal territorio, vista la realtà frastagliata, fatta di piccoli borghi, colline sconfinate e città che aspirano a diventare grandi, come Pesaro, nulla è ancora deciso. La differenza, spesso, la faranno i singoli nomi presentati nelle 18 liste. La logica è semplice: in una Regione piccola, con appena 1,5 milioni di abitanti e una densità di popolazione minore della media italiana, il rischio è che gli indecisi votino chi conoscono. Il vicino di casa, il cassiere del supermercato di fiducia, o l’amico dell’amico. Poco importa il colore politico, basta che “cambi qualcosa”.

La crisi e il terremoto: il doppio filo. “E’ la fine di un modello, la Regione si è riscoperta un nuovo Mezzogiorno” – Il cambiamento di cui le Marche hanno bisogno, sostiene la destra ai comizi, è quello di un volto nuovo (che poi tanto nuovo non è) come Acquaroli, ma il rischio, rispondono dal centrosinistra è quello di “regalare la Regione al sovranismo” e a un candidato “che faceva cene per ricordare il fascismo”, anche se il deputato FdI ha smentito con fermezza. Mangialardi ha dalla sua di essere stato scelto dalla maggior parte dei sindaci dem della Regione, anche se, dicono i più maligni dall’interno, la “scelta più competitiva sarebbe stata quella della sindaca di Ancona, Valeria Mancinelli”.

Ma al di là delle parole della politica, quel che appare evidente è la profonda crisi che il terremoto prima, e, in parte, il Covid poi, hanno fatto emergere. “È la fine di un modello per il quale le Marche si sono illuse per decenni di essere una terra dell’equilibrio, delle armonie, e poi che potesse vivere di turismo”, rendendosi conto, molto lentamente, di essere, “per certi versi, un nuovo Mezzogiorno, con problemi infrastrutturali, con lo spopolamento di città piccole e delle aree interne e con un’economia poco diversificata”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gennaro Carotenuto, professore e ricercatore in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Macerata. E proprio “il terremoto ha catalizzato tutto”, continua, anche se dal punto di vista amministrativo “non vi è solo la mancata ricostruzione, ma c’è difficoltà a comprendere ciò che il sisma ha detto”. “Siamo di fronte a un cambio di fase storica. Il modello prospero del milione di paia di scarpe al giorno prodotte nel distretto calzaturiero del piceno-fermano, della piccola e media impresa, si è di molto ridotto e quel benessere diffuso, ora non c’è più. Fino a prima del terremoto la retorica della provincia felice ha retto, ma in assenza di un modello alternativo la crisi è conclamata e strutturale”, sottolinea Carotenuto, che pone l’accento soprattutto sui problemi infrastrutturali della Regione, dove, solo per fare un esempio, non arriva l’alta velocità. Così, dice ancora, “chi governa viene penalizzato e chi sta all’opposizione viene avvantaggiato“, anche se da entrambe le parti “non c’è un’idea di progetto”, soprattutto per quelle parti dell’entroterra inevitabilmente “in via di sottosviluppo”.

“La crisi è ormai una condizione oggettiva. E le città si sono spostate a destra” – La differenza, tra la tornata elettorale del 2015 e oggi, quando la crisi del 2008 già c’era, è la percezione, come spiega al Fatto.it don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, fondatore insieme a Don Ciotti del Coordinamento delle comunità di accoglienza, e parroco nella periferia di Fermo. “Prima la crisi non era sentita – dice – oggi invece sì perché si è capito che non è stato un fuoco di paglia, ma una condizione oggettiva. Solo che, invece di attivarsi con la spinta del centrosinistra, c’è stato un arroccamento del cittadino. C’è più attesa o pretesa di un qualcosa, che lotta per ottenerlo”. Per questo, spiega, anche centri medio-grandi come Fermo, Montegranaro o Porto Sant’Elpidio, ora stanno “tendendo verso destra”. “Fino a che è prevalsa la cultura mezzadrile la sinistra era molto forte, poi man mano che il modello di vita si è tramutato in piccole imprese, in lavori stabili e nei servizi, lentamente c’è stato lo spostamento verso il centro”. Anche lui, però, come Carotenuto, vede il terremoto come spartiacque: “Non hanno portato via neanche le macerie, l’entroterra è abbandonato”.

“Per i terremotati sarà un voto di protesta” – Ed è proprio così, a campagna elettorale ormai arrivata al capolinea, che si sentono molti dei terremotati, abbandonati. “Qui è stato spazzato via tutto. Ma non è solo quello, la verità è che le persone sono precarie, economicamente ma anche emotivamente”, racconta al Fatto.it Flavia Giombetti, presidente del Comitato 30 ottobre di Tolentino, che sottolinea come in quattro anni sia stato fatto poco o niente. Una situazione che, confessa, spingerà molte persone a non andare a votare, nonostante “oggi il carro sia il sisma”, con il refrain della ricostruzione diventato ormai argomento cardine di ogni comizio sia a destra che a sinistra. “I terremotati però non si fidano più di nessuno – spiega – Perché sono tutti uguali. Parliamo di una popolazione con tantissime persone anziane, alcuni voteranno per fede politica…ma il sentimento che emerge è che non ci fidiamo”. Proprio qui il voto “per conoscenza” è quello più possibile: “Si sono candidati gli stessi terremotati, oppure persone legate ai comitati”. E se l’assenza del centrosinistra in questi quattro anni spingesse i terremotati a destra? “Sarà un voto di protesta – taglia corto Flavia – Neanche a destra hanno programmi o progetti per noi. E poi dov’erano in consiglio regionale in questi anni?”.

La spaccatura Nord-Sud delle Marche – Ma c’è un altro fronte, anche questo con radici storiche se si pensa al campanilismo calcistico tra Ascoli e Ancona, che sarà determinante domenica 20 settembre e lunedì 21: quello della territorialità. “Le Marche sono spezzate in due, c’è un asse culturale e territoriale che unisce Pesaro ad Ancona e poi c’è una parte centro-meridionale, che idealmente collega Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno, che è più fragile sia in termini culturali che economici, ma anche di iniziativa. Sembra un altro popolo”, sostiene don Albanesi, che è convinto che proprio su queste differenze si giocherà il voto. “Il centrosinistra al Nord ha storicamente una tendenza più forte. E il risultato dipenderà da quanto la zona Nord sarà compatta, mentre la zona Sud è più frantumata. C’è questa fragilità centrale che incide, quindi il gioco si fa tra nord e sud, se il nord cede…”. E non è un caso, forse, che gli ultimi due candidati del centrosinistra, Ceriscioli e Mangialardi, vengano proprio dal nord delle Marche, il primo ex sindaco di Pesaro e il secondo ancora primo cittadino di Senigallia, mentre il nome del centrodestra, Acquaroli, ha guidato Potenza Picena, in provincia di Macerata, prima di essere eletto deputato.

L’isola felice di Pesaro e la mancata alleanza Pd-M5s – E se da una parte è nel Centro-Nord che Mangialardi ripone la propria fiducia, ancora più responsabilità vengono messe in mano alla città di Pesaro, vero modello in piccolo di quello che non è stato e che poteva essere tra Pd e M5s. Proprio da qui oramai 10 mesi fa è nato quel modello di “matrimonio” tra dem e pentastellati, “basato sui temi”, che ci si aspettava potesse essere celebrato anche al livello regionale. Per vincere le destre, “bisognava unire le forze”, come ha fatto presente fin da subito Giovanni Maggi, storico esponente del Movimento 5 stelle e consigliere regionale che per questo ideale di alleanza con il Pd è arrivato a lasciare il Movimento, creando una spaccatura anche regionale tra i vari attivisti, e segnandosi come capolista di Marche Coraggiose, che sostiene il candidato dem.

“Io non ho la certezza, ma mi viene da pensare che la scelta (da parte del M5s regionale ndr.) sia stata fatta per aprire le porte al centrodestra. Dov’è la cosa negativa del sedersi a un tavolo e trovare contenuti condivisi?”, dice al Fatto.it Francesca Frenquellucci, assessoreaall’Innovazione al comune di Pesaro, cacciata dal Movimento 5 stelle lo scorso febbraio proprio per aver accettato la nomina del sindaco, l’ex renziano Matteo Ricci. “Questa è la politica, fare il bene dei cittadini, se lo devo fare con il Pd, l’importante è perseguirlo sempre, al governo lo fanno”, continua, senza negare che Pesaro è “un’isola felice” rispetto al resto delle Marche. “È come se dal terremoto Pesaro si sia considerata un altrove in condizioni migliori”, spiega ancora Carotenuto. E in effetti qui, complici forse le influenze della vicina Emilia-Romagna, la vitalità, la voglia di innovazione non mancano. Mentre lo stesso, dice don Albanesi, non si può dire di Ancona: “È attenta a se stessa, poco capoluogo”.

La campagna sottotono riassunta dall’immagine dei tre candidati che “si danno il gomito” – Resta il fatto che di fronte a una campagna elettorale sottotono e poco brillante, che ha visto addirittura i tre principali candidati, Acquaroli, Mangialardi e Mercorelli, darsi il gomito al termine di un confronto in segno di accordo sul progetto per il porto della città dorica, difficilmente la vittoria sarà fatta dai programmi. Capiterà in molti seggi di vedere un anziano presentarsi all’urna con un bigliettino – rigorosamente vietato – dove ha segnato il nome del vicino di casa e della lista collegata, oppure i risultati saranno lo specchio di un “voto di protesta” o, ed è la speranza della sinistra, gli indecisi sceglieranno di proseguire la tradizione moderata della Regione, “contro le destre”.

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