La Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per non aver fornito un’adeguata assistenza scolastica di sostegno a una bambina di Eboli (Salerno), affetta da una forma di autismo, nei primi anni della scuola primaria. I genitori della piccola sono stati costretti a ingaggiare privatamente un insegnante di sostegno, poi hanno deciso di presentare ricorso alla Cedu il 24 novembre 2015. E dopo cinque anni la Corte ha ritenuto che l’Italia debba pagare alla bambina un totale di 16.695 euro.

Respinte le ragioni dell’Avvocatura di Stato che motivava la mancata erogazione del servizio a causa delle restrizioni previste nella legge di stabilità 2011. La Corte ha accertato la violazione dell’articolo 14 (Divieto di discriminazione) insieme a quella dell‘articolo 2 (Diritto all’istruzione), rilevando il carattere discriminatorio dell’omessa assistenza, che ha comportato “gravi conseguenze nei primi e fondamentali anni di scuola”.

Grande soddisfazione è stata espressa da Filomena Gallo, avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, attiva anche a livello internazionale a tutela del diritto alla Salute e alla Scienza: “Proprio nei giorni in cui in Italia è vivo il dibattito legato alle lacune del sistema scolastico, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con una importante sentenza, ha segnato una tappa decisiva verso il rafforzamento dei diritti delle persone con disabilità nello scenario europeo ed internazionale. Un grazie a questa famiglia che ha deciso di chiedere l’affermazione di diritti fondamentali per la propria figlia e all’avvocatessa Marilisa D’Amico, che ha patrocinato la difesa del caso”.

Per Gallo “la storia della bambina è quella di tante persone con disabilità che ogni giorno devono combattere per poter vedere erogato ciò che è un diritto. Sono anni che con l’Associazione Luca Coscioni siamo costretti ad agire in giudizio per ottenere la piena affermazione di diritti fondamentali delle persone con disabilità, agiamo anche contro ogni forma di discriminazione in virtù della legge 67/2006″. Il punto è che “la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità risulta ancora non pienamente attuata nel nostro Paese come evidenziato ripetutamente dal Comitato Onu sui diritti delle persone con disabilità”. È per questo, conclude l’avvocata, che “oggi la decisione della Cedu assume ancor più rilievo e con valenza diversa poiché in tempi di pandemia, l’assistenza, l’inclusione per le persone con disabilità rappresenta una questione di emergenza nell’emergenza“.

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