Nel giorno in cui la ministra Luciana Lamorgese era in Friuli Venezia Giulia per incontrarsi con i vertici regionali e discutere di controllo dei confini, hanno finalmente trovato un luogo dignitoso dove sistemarsi le 70 persone migranti che da sabato dormivano in un pullman a Udine.

Un passo indietro: la scorsa settimana, un gruppo di circa 70 persone provenienti da Pakistan, Afghanistan Bangladesh è stato trasferito da Tricesimo – comune una manciata di chilometri a nord del capoluogo friulano dove non avevano altro posto dove stare se non sulle gradinate del Santuario della Madonna Missionaria – a Udine. Ma non in una struttura coperta bensì lasciati dentro le corriere all’interno del parco dell’ex ospedale psichiatrico ora sede di un distretto dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine. Sono stati lasciati per quattro giorni a gestire il periodo di quarantena per le normative anti-covid seduti in corriera o al massimo sul prato sopra il quale sono parcheggiati i mezzi, senza un bagno, senza potersi muovere e pregando che il meteo friulano non facesse i suoi soliti scherzi.

La richiesta di trasferirli peraltro era arrivata da un sindaco di area Pd, Giorgio Baiutti. E il Prefetto di Udine Angelo Ciuni, accogliendo la sua richiesta, ha deciso di spostare i richiedenti asilo nel comune che con più forza aveva gridato, durante la campagna elettorale, di non volerne più: quello di Udine, da due anni e mezzo a trazione leghista. Un cortocircuito da far girare la testa agli elettori. “Non può essere questa la risposta di una terra come il Friuli che può garantire, per i numeri di questa situazione, i diritti degli accolti e i diritti degli accoglienti con equilibrio e senso di civiltà”, ha dichiarato l’ex assessore comunale Federico Pirone, ora consigliere di minoranza a Udine e unico membro dell’opposizione a schierarsi su una posizione di aperta indignazione umana per la situazione.

Martedì, dopo quattro giorni, è arrivata la proposta della Caritas locale: sarà l’associazione diocesana ad occuparsi delle persone trasferite come oggetti da un luogo all’altro della provincia, sotto l’indifferenza della politica di qualsiasi colore. Così è avvenuto lo spostamento, mentre il Ministro degli Interni arrivava in regione richiamato dagli appelli di sindaci e del governatore Fedriga, alle prese con l’acuirsi della rotta balcanica e con le conseguenze dello smantellamento del sistema di accoglienza diffusa. Eppure nessuno dei sindaci intervenuti al vertice ha fatto cenno alla questione.

Sullo smantellamento dell’accoglienza diffusa da parte della Regione nessuno si interroga, anche se persino il prefetto di Udine Ciuni ripete che sarebbe stato utile disporre di luoghi non di grandi dimensioni per gestire, oltre che la prima accoglienza, anche le pratiche anti-covid. Ma nessuno, da destra a sinistra, risponde agli appelli che ormai si accavallano da mesi. Anzi: dopo l’incontro con Lamorgese, che ha promesso un’intensificazione dei controlli oltre che sui confini anche sulle strade statali che dalla Slovenia si addentrano per – letteralmente – scaricare le persone migranti provenienti dalla rotta balcanica il più lontano dal confine per paura dei respingimenti, Massimiliano Fedriga ha dichiarato che se non vedrà risultati adotterà il modello “Musumeci”, chiudendo tutti i centri di accoglienza regionali.

Lamorgese però è stata irremovibile su un punto, negando la chiusura dei valichi minori così come suggerito dallo stesso Fedriga. E ha ricordato che il Friuli Venezia Giulia è l’unica regione dove non è stato attivato nemmeno un progetto per minori non accompagnati per accedere a fondi nazionali ed europei. Come a voler dire “aiutati, che il ciel t’aiuta”. Nel frattempo, le persone migranti vengono spostate da un posto all’altro, in un gioco allo scaricabarile dove più nessun comune friulano pare disposto ad accogliere (un tentativo lo ha fatto solo il sindaco dem di Palmanova Francesco Martines, invocando la collaborazione). Persino la temutissima ex caserma Cavarzerani, dove oltre 400 richiedenti asilo sono stati tenuti in quarantena per oltre un mese, si sta svuotando. E nessuno, oltre qualche cittadino indignato, pare chiedersi “ma che fine faranno queste persone?”.

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