Di te non abbiamo molto da dire, vero? Soltanto raccontando gli altri, di te qualcosa avrebbe una certa rilevanza, guadagneresti persino un pur sempre affascinante dettaglio, sfuggito a uno sguardo distratto, da appuntare nella parete delle mostrine. Tu, in relazione a qualcos’altro, di solito di mostruoso come avrai notato.

Cosa tu nasconda, tu sia, è un inutile mistero. Inutile, perché non ce lo chiediamo, quante vite tu abbia assommato, non lo sai nemmeno, di te non sappiamo nulla. Un plurale simbolico. Non sei un fatto necessario per nessuno. Due negazioni in un periodo non vanno bene, ma con te le negazioni diventano una poetica.

Il venerdì al Club c’era da rompersi la schiena, fino alle due alle tre del mattino piegata sul lavabo con le infinite stoviglie da lavare e lucidare. Azib fumava fuori la porta finestra che dava su un cortile della città antica, e tutto era antico e retrò, fumoso e pregno di novità, novità che avevano il valore di un capovolgimento apocalittico, prossime e profetiche.

Ti aiuto? Chiedeva con un sorriso dolciastro, un po’ cinico, un po’ stanco. Rideva spesso, eppure come di colpo, preso da pensieri suoi, spesso evidentemente in grado di ingenerare ilarità, lui con un destino solenne da uomo minore, sopravvissuto a un qualche spostamento, anche lui. Il mondo muoveva masse bibliche di esseri umani, eri dentro questa storia. Non lo sapevi.

No, Azib. Rispondevi. Non sono stanca. Ma lo eri infinitamente. Aspettavi il sabato per avere il tuo giorno glorioso, il tuo giorno d’amore con quel siberiano incontrato appena e appena ravveduto, solo per te. Così credevi.

Azib rideva e ti raccontava di Paulina, ubriaca, senza scarpe, ballava con i marinai della flotta russa. C’era il tuo capitano, ti informava Azib con un piglio ironico, facendo un gesto con la mano, un dito sulla guancia per indicare la furbizia di Paulina e la stupidità della sua ubriachezza. Sai come finiva no? Le donne ubriache piangono, poi Azib diceva “si fanno scopare, dopo piangono e se ne trovano uno sopra e uno sotto”. Era un linguaggio violento che ti offendeva, la tua insondabile castità, nelle intenzioni, ti rendeva esitante.

Non sei mai stata compromessa, fino alla fine, malgrado avessi visto tutto, attraversato il fiume del tempo che era la storia – e non lo sapevi – consumata nelle forze, morali sopra ogni cosa, malgrado tutto, sei rimasta intatta nella pratica di sperare, sperare comunque. Ecco il vero avvenimento esorbitante, non tu e gli altri e la salvezza, tu che pratichi ancora l’esercizio della pazienza e della speranza. Malgrado tutto, malgrado il siberiano, il vituperio del mondo (qui sei plateale e esosa, drammatica nel puntare accecata il dito, tu, non Azib, verso la stupidità criminale, la menzogna, sì, plateale).

Tu non dovevi essere amata. Dovevi occuparti, accogliere, medicare. Tu, nella stoltezza, nell’incapacità, proprio tu.

Hai attraversato gli altri, non so perché dovessi farlo, hai attraversato il dolore del mondo, oh sei plateale, sì lo sei. Il dolore del mondo, a piccoli brani, attraversarlo, vederlo per intero, a brani. Dovevi attraversarlo.

Per questo oggi hai bisogno di sederti sulla panca del grande parcheggio. Parlarne di questo fiume sepolcrale. Lucia fissa davanti a sé un punto, ti ricorda qualcuno, una ragazza, bruna e forte, una compagna della tua adolescenza. Guarda fisso davanti a sé. Il dolore del mondo. Lei aveva un uomo, un tempo, un francese. Beveva. La riempiva di botte. Fino a ucciderle il bambino che aveva in grembo. No, il siberiano non ti picchiava, tu potevi sfuggirgli, ecco perché. Solo una volta è riuscito a prenderti. Ma tu eri furba, come la zingara, e infatti ti chiamavano la zingara nel condominio, dove viveva la creaturina. Eri scaltra. Riuscivi a fregarlo il siberiano, quando era ubriaco, eri più furba tu. Ti prese una volta, pensavi che fosse la fine. E invece no. Correvi correvi, veloce, le tue gambe, correvi.

Ti sei sempre salvata, in un modo o nell’altro sei fatta per sopravvivere. Senza amore, che oggi è il tuo assillo, la voragine che si apre e ti dice: su, vieni. Abbandonati. Lasciati andare. Così chiudi gli occhi.

(continua)
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