La natura e gli animali che si riprendono i loro spazi. Nei giorni del lockdown con l’Italia, prima nazione europea costretta ad arginare l’epidemia di coronavirus con chiusure e restrizioni, gli unici elementi apparentemente positivi, che molto hanno fatto anche discutere sui social, riguardavano la fauna. Grazie allo studio pubblicato su Biological Conservation da un team di ricercatori dell’Università Statale di Milano, coordinato da Raoul Manenti, si scopre che gli effetti su almeno una parte della fauna sono stati meno positivi di quello che si pensava. Nell’analisi “Il buono, il brutto e il cattivo degli effetti del lockdown sulla conservazione della fauna selvatica” i ricercatori – come spiega l’ateneo – hanno combinato le osservazioni di animali in ambienti inusuali con alcuni dati di monitoraggio che è stato possibile raccogliere in accordo con le restrizioni imposte dal lockdown e con un questionario distribuito ai gestori dei parchi italiani. La diffusione di notizie e post sui social ha, in parte, compensato l’impossibilità da parte dei ricercatori di recarsi direttamente sul campo ad osservare gli animali e costituito una sorta di misura indiretta della presenza e dell’attività di alcune specie animali.

Per alcune specie il periodo di assenza di disturbo da parte dell’uomo, o ”antropausa” come è stata recentemente definita da un articolo su Nature, ha rappresentato sicuramente un aspetto positivo. Rospi e rane che negli anni precedenti morivano a migliaia su diverse strade italiane, quest’anno sono riusciti a raggiungere indisturbati laghi e stagni per riprodursi. Anche diverse specie di uccelli come il fratino e il rondone hanno beneficiato della maggior quantità di cibo a disposizione e del minor disturbo dei siti di riproduzione. Purtroppo però molti altri animali sono stati ben lontani dal riprendersi qualche spazio e anzi hanno continuato a perderne. Ed questo il lato oscuro delle chiusure.

Ad esempio del silvilago, una piccola lepre di origine nordamericana che, dall’essere principalmente notturna, è passata ad essere attiva anche nelle ore diurne, con maggiori probabilità di diffondersi ulteriormente. Essendo una specie che frequenta i parchi urbani è tra le poche che è stato possibile monitorare senza infrangere le regole. Come lei però è molto probabile che anche molte altre specie invasive, che stanno soppiantando le specie native in diversi ambienti, abbiano beneficiato del lockdown. Senza contare gli avvistamenti in ambienti urbani di pavoni, nutrie e altri.

Gravi problemi si sono avuti nelle aree protette, che tanti sforzi fanno per migliorare le condizioni ambientali. Purtroppo la maggior parte dei parchi ha avuto difficoltà nell’effettuare le azioni di gestione della fauna che sarebbero state necessarie. Nel 44% dei parchi nazionali e regionali contattati è emerso un forte rischio di fallimento di azioni di gestione già intraprese, non solo per il contenimento delle specie invasive, ma anche direttamente per la protezione di specie minacciate. Inoltre, moltissimi animali si riproducono in primavera. La mancata realizzazione degli interventi di miglioramento ambientali programmati potrebbe avere causato problemi alla loro riproduzione. Infine, particolarmente tristi sono i casi di bracconaggio che, anche a causa della mancanza della sorveglianza garantita da appassionati e frequentatori delle aree naturali, hanno subito un incremento durante il lockdown.

“Al di là degli aspetti drammatici che stiamo vivendo a livello di salute ed economia, la pandemia da Covid 19 sta rappresentando anche una sorta di esperimento globale non programmato sugli effetti che una limitazione delle attività umane può avere sull’ambiente. Vista anche la forte crisi ambientale che in parte stiamo già attraversando, si tratta quindi di un fenomeno che merita di essere studiato anche da questo punto di vista. A livello italiano – dicono i ricercatori – gli impatti derivanti dalle misure di lockdown sono stati più complessi e sfaccettati di quanto si potesse immaginare in un primo momento. Indubbiamente una visione più ampia la si potrà avere man mano che studi simili emergeranno a livello globale anche in altre numerose nazioni che stanno affrontando la pandemia”.

Lo studio

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