La decisione, causa Brexit, è stata rinviata per anni. Ma ora che il Regno Unito ha ufficializzato la propria uscita dal sistema del Tribunale unificato dei brevetti i tempi si sono fatti decisamente più stretti. Il 10 settembre i paesi che aderiscono al Tub si riuniranno a Bruxelles e partirà l’iter per decidere dove collocare la sede che in una fase iniziale era prevista a Londra. Con l’uscita dei britannici, l’Italia è diventato il terzo Stato europeo per numero di brevetti dopo Francia e Germania, che hanno già ottenuto le due sezioni di Parigi e Monaco. La terza, quella che si occuperà di farmaceutica, potrebbe andare all’Italia, che però non ha ancora deciso su quale città intende puntare.

In campo ci sono due candidature: quella di Milano, appoggiata dal Partito democratico e da Italia Viva oltre che dalla Lega, all’opposizione a Roma ma ovviamente legata agli interessi della Regione che governa da anni, e quella di Torino, sostenuta dal Movimento 5 Stelle che amministra il capoluogo piemontese con la sindaca Chiara Appendino. Dal capoluogo lombardo il sindaco Beppe Sala sollecita una decisione e annuncia che Palazzo Marino “pur in uno scenario incerto” sta già “preparando una sede, di fianco al Tribunale di Milano“, mentre per Matteo Salvini la destinazione giusta è il nuovo distretto tech che sta sorgendo sull’area dell’Expo 2015. Quando mancano pochi giorni all’incontro con gli altri paesi europei, però, dal ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio fanno sapere che è ancora in corso la valutazione di un’eventuale candidatura dell’Italia. Senza nessun riferimento a una decisione sulla città. L’Italia potrebbe quindi arrivare alla riunione senza un nome da spendere, rischiando di vanificare un’opportunità che sembrava a portata di mano e che assicurerebbe un grande ritorno economico.

Il Tribunale unificato dei brevetti non è un’istituzione dell’Unione europea, ma il frutto di un accordo intergovernativo tra 24 dei 27 Paesi dell’Ue. Dal 2022, data prevista per l’inizio dell’attività, il suo compito sarà quello di dirimere le controversie legate ai brevetti e in particolare al nuovo “brevetto unitario europeo”. A differenza di quello tradizionale, che richiede la convalida in ciascuno degli Stati membri nei quali si desidera ottenere la protezione, questo sistema tutelerà l’invenzione in modo automatico in tutti gli Stati. Con il Tub si tenta quindi di risolvere il problema delle competenze delle corti nazionali in tema di brevetti europei, che negli anni ha creato duplicazioni dei procedimenti e decisioni in contrasto tra loro, con danni enormi per le imprese coinvolte.

Avere una sede del Tub nel nostro paese sarebbe un vantaggio in termini di costi per le imprese italiane che operano nei settori di cui si occuperà la sezione inizialmente prevista a Londra. Ma a beneficiarne sarebbero soprattutto le attività collegate: un report pubblicato nel 2012 dalla FTI Consulting per conto della City of London Law Society, nel valutare gli effetti economici dell’istituzione delle sede a Londra, stimava tra i 569 e i 1.968 milioni di sterline all’anno – tra 630 e 2.200 milioni di euro – il possibile guadagno aggiuntivo per studi legali e società di consulenza della capitale inglese. Una stima che aveva come presupposto l’esistenza di un’unica sede del Tribunale, ma che rende l’idea del giro di affari che potrebbe svilupparsi nel paese che si aggiudicherà la partita. E a questo bisogna aggiungere l’indotto indiretto per l’economia locale, legato al trasferimento di lavoratori stranieri e alla creazione di nuovi posti di lavoro.

In virtù dell’alto numero di brevetti l’Italia potrebbe sembrare favorita, ma in realtà non esiste alcun automatismo sulla destinazione della sede, e altri paesi si sono già portati avanti presentando le loro candidature. Tra queste c’è quella di Amsterdam, che nel 2017 soffiò a Milano l’Ema, l’Agenzia europea per il farmaco. Per questo Comune e Regione negli ultimi giorni stanno facendo pressione sul governo chiedendo di appoggiare la candidatura meneghina. A sostegno portano numeri importanti: delle 4.456 richieste di brevetto presentate dall’Italia presso lo European Patent Office nel 2019, un terzo arrivano dalla Lombardia, un quinto da Milano. “Nessun altro territorio ha questi numeri e la nostra capacità di produrre innovazione”, dice il presidente di Assolombarda, Alessandro Spada. “Nel 2017 siamo stati a un passo dal conquistare l’Ema. Ora la città e il suo territorio hanno voglia di ripartire dopo l’emergenza Covid. Questa corsa per il Tribunale dei brevetti arriva al momento giusto”.

E poi c’è la vocazione internazionale di Milano, “4.700 multinazionali estere, un terzo di quelle presenti in Italia, che occupano 501mila dipendenti e generano 236 miliardi di fatturato, 100 delle quali vantano un fatturato sopra al miliardo di euro, rispetto alle 88 di Monaco di Baviera a e alle circa 25 di Barcellona”, hanno scritto imprenditori e politici lombardi nella lettera inviata lo scorso 8 agosto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e firmata anche dal presidente Attilio Fontana e dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Torino però non molla, e nonostante l’ufficializzazione della candidatura sia arrivata diversi mesi dopo quella di Milano ha già presentato un dossier per illustrare i propri punti di forza, con la giunta pentastellata che continua a sostenere questa possibilità. Sala dal canto suo ha rilanciato parlando di una sede in preparazione di fianco al Tribunale di Milano, dove c’è già la sezione locale del Tub. Ora tocca al governo prendere un decisione.

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