“Sono sgomenta come donna, prima ancora che come Ministra dei Trasporti”. Così Paola De Micheli ha commentato su Facebook la notizia della rielezione di Giulio Ferrara, ex direttore dell’azienda di trasporti Sita condannato in via definitiva per violenza sessuale, come presidente del Consorzio trasporti Basilicata. La vittima degli abusi – risalenti al 2009 – era una sua dipendente, e oggi lavora per la stessa azienda dove ha subito molestie, che fa ancora parte del consorzio.

Apprendo dai giornali che il signor Giulio Ferrara è stato rieletto presidente del Consorzio trasporti Basilicata, pur a seguito di una condanna in via definitiva per violenza sessuale su una dipendente – scrive la ministra su Facebook – Ho messo in atto tutto quanto nelle mie possibilità affinché venga rimosso dall’incarico“. E prosegue allargando il discorso a tutti gli altri casi simili: “Inoltre, intendo proporre una norma con la quale chi ha subito condanne per gli stessi motivi del signor Ferrara non acceda mai più a simili incarichi“.

La notizia, circolata già lo scorso anno sulle cronache locali, quando dopo la condanna Ferrara era rimasto comunque al vertice del Consorzio, è arrivata sulle pagine nazionali, tra cui il Fatto.it, dopo l’ultima rielezione del 20 agosto, quando sono di nuovo esplose le proteste. Tante le posizioni che fin da subito hanno chiesto la destituzione del dirigente, a partire dai senatori del Movimento 5 stelle, che già con il loro consigliere regionale Gianni Leggieri avevano paventato il rischio di una riconferma al vertice. Ma anche migliaia di cittadini e cittadine che si sono uniti subito alla petizione lanciata online il 26 agosto, che ha raggiunto in poco tempo migliaia di firme. Una richiesta che però ha già ricevuto una prima risposta: la consigliera regionale, infatti, sentita dal Fatto.it, ha inviato un comunicato stampa prendendo le distanze dalla protesta, sottolineando che non ci si può abbandonare “a una caccia alle streghe” né “avallare posizioni, che nulla hanno a che fare con il ruolo della istituzione che rappresenta”.

La colpevolezza di Ferrara è stata confermata da tre sentenze, di primo e secondo grado e della Cassazione. La ricostruzione dell’accaduto si è basata sulla testimonianza delle vittima, supportata da alcuni colleghi: Ferrara è stato condannato a 2 anni e 6 mesi, ma, pur cessato il suo ruolo all’interno della Sita, era rimasto ai vertici del Cotrab, nonostante le continue richieste di dimissioni arrivate da più parti.

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