L’Università di Hong Kong ha annunciato di aver documentato il primo caso di reinfezione da Covid-19. In un comunicato pubblicato online, l’ateneo ha diffuso le conclusioni di uno studio su un “paziente apparentemente giovane e in salute” che ha avuto un secondo contagio del coronavirus, diagnosticato oltre quattro mesi dopo la prima infezione che era stata curata con successo. I ricercatori hanno stabilito che il genoma del ceppo del virus era “chiaramente diverso” nei due episodi. La reinfezione è stata scoperta quando l’uomo, 33 anni, è tornato da un viaggio in Spagna. E secondo i ricercatori si tratta del “ceppo che circolava in Europa a luglio e agosto”.

“I nostri risultati provano che questa seconda infezione è causata da un nuovo virus a cui è stato esposto di recente”, non dalla permanenza nel suo corpo dell’agente infettivo a cui è stato esposto in aprile, ha detto il dottor Kelvin Kai-Wang To, microbiologo clinico dell’ateneo di Hong Kong. La ricerca, in via di pubblicazione sulla rivista Clinical Infectious Diseases, porta i ricercatori a concludere che “poiché l’immunità può durare poco dopo un’infezione naturale bisognerebbe prendere in considerazione la vaccinazione anche per le persone che hanno già avuto un episodio di infezione. I pazienti che hanno già avuto Covid-19 dovrebbero inoltre adottare le misure di contenimento del contagio come l’uso della mascherina e il distanziamento sociale”.

Il paziente, secondo quanto riportato dai ricercatori, aveva avuto in primavera una prima infezione abbastanza lieve, con tosse, febbre e mal di gola per tre giorni: la diagnosi era arrivata il 26 marzo con gli esiti del tampone. Dimesso il 14 aprile, dopo due tamponi negativi consecutivi, l’uomo era considerato guarito. A cambiare la situazione ci ha pensato poi il test fatto in aeroporto al ritorno da un viaggio in Spagna nel giorno di Ferragosto. Risultato positivo, sebbene il giovane fosse del tutto privo di sintomi. Grazie al sequenziamento genetico di nuova generazione (next generation sequencing), i ricercatori hanno esaminato il genoma virale prelevato durante la prima infezione e lo hanno paragonato con quello del virus responsabile della seconda infezione. Dal confronto è emerso che i due episodi sono riconducibili a virus geneticamente distinti: sarebbero 24 le ‘lettere’ del genoma diverse, che si tradurrebbero in nove proteine mutate. “Questo caso – spiegano i ricercatori nella nota – mostra che la reinfezione può avvenire pochi mesi dopo la guarigione dalla prima infezione. I nostri risultati suggeriscono che SarsCoV2 può persistere nella popolazione come altri coronavirus umani del comune raffreddore, anche se i pazienti hanno acquisito l’immunità attraverso un’infezione di tipo naturale.

L’Organizzazione mondiale della sanità però frena, perché l’ateneo per ora non ha diffuso lo studio completo. “Ciò che constatiamo dalla nota stampa è che questo ‘potrebbe’ essere un esempio di reinfezione”, ha dichiarato Maria van Kerkhove, responsabile per il Covid-19 dell’Oms, invitando a “non saltare alle conclusioni”. Qualche giorno fa la stessa Oms ha sottolineato che finora sono state identificate 75mila sequenze del virus e sarà necessario vedere prove di persone che siano state infettate da due di esse per provare le reinfezione.

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