Il vicesegretario del Partito democratico Andrea Orlando non ci sta alle accuse di chi, come il leader di Azione Carlo Calenda, intende “strappare riformisti e popolari dall’abbraccio mortale di populisti e sovranisti e ricostruire l’Italia”. Una frase pronunciata in occasione del passaggio dell’ex forzista Enrico Costa al suo partito. E non accetta nemmeno le opinioni di “accigliati opinionisti” sulle colonne dei giornali che tacciano ancora una volta di populismo le misure varate dal governo. In un post dai toni insoliti pubblicato su Facebook, Orlando se la prende con il “dibattito alquanto curioso, dentro e attorno il Pd” che si è creato sull’argomento.

“Secondo alcuni sedicenti riformisti, ogni misura che va incontro ai lavoratori, ai poveri, ai disoccupati sarebbe populista. Ogni aspirazione all’eguaglianza equivarrebbe ad una pulsione populista. Viceversa”, scrive l’ex ministro della Giustizia, “ogni intervento che sacrifica diritti e che colpisce i più deboli sarebbe riformista”. Un controsenso che a suo parere mal si coniuga con “la vocazione maggioritaria” a cui aspira da sempre il Pd, “a meno di pensare ad un ritorno alla democrazia censitaria“. Orlando poi passa al contrattacco. E a chi, come nel partito di Matteo Renzi spesso critica i provvedimenti economici voluti da Pd e M5s durante la pandemia, dice: “I tapini non si rendono conto di quale regalo facciano ai populisti ai quali consegnano l’immeritato attestato di difensori del popolo. (Nulla di più falso, il populismo difende alla fine lo status quo sociale)”.

Parole che sembrano rivolte anche all’editoriale di Angelo Panebianco pubblicato ieri sulle colonne del Corriere della Sera e intitolato “Ritorna il partito del debito di Stato“. Una lunga prosopopea contro i “keynesiani de noantri”, o “neostatalisti”, accusati di dissipare risorse anziché dare slancio all’economia di mercato. Panebianco scrive che “se si chiude una fabbrica improduttiva, ad esempio, ci sono costi immediati e visibili: i disagi e le sofferenze di lavoratori licenziati”. A suo parere, quindi, il governo sbaglia nel salvarli, facendo dimenticare che “chiudendo quella fabbrica, si liberano risorse che genereranno (in breve tempo ma non immediatamente) nuova ricchezza e nuova occupazione”. Proprio la linea politica che invece Orlando difende. “E cosi, nella geografia ideale di questa speciale corrente riformista, Prampolini, Turati e forse persino Fanfani o Dossetti, si dovrebbero collocare tra i populisti, immagino che invece la Thatcher o Reagan vadano tra i riformisti”, chiosa nel suo post.

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