“Acqua minerale Rocchetta, puliti dentro, belli fuori”. Che cosa questa affermazione significhi non è dato capire esattamente, ma, grazie al martellamento pubblicitario, è entrata nell’immaginario collettivo e ci sono sicuramente un sacco di persone che credono che bere Rocchetta faccia apparire giovani e sani. È vero che poi magari la pubblicità è ritenuta ingannevole/scorretta, ma intanto ha raggiunto lo scopo.

Ma ecco che mi sono perso, come spesso mi capita. In realtà perché parlo dell’acqua minerale Rocchetta? Per due ordini di motivi ben più importanti. Il primo è perché il Commissario per la Liquidazione degli Usi Civici lo scorso febbraio ha affermato che i terreni da dove l’acqua viene estratta sono di uso civico, e in particolare della Comunanza Agraria dell’Appennino Gualdese (siamo nel comune di Gualdo Tadino, Perugia).

Il secondo è perché lo scorso maggio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha scritto alla Regione Umbria per contestare che nel 2015 la concessione della Rocchetta sia stata prorogata di 25 anni senza lo svolgimento di alcuna gara ad evidenza pubblica.

La vicenda della Rocchetta, che si trascina da molti anni, fa emergere – quasi ce ne fosse ancora bisogno – diverse problematiche. La prima è che gli usi civici, seppur risalenti al Medioevo, esistono ancora anche se spesso gli enti locali fanno orecchie da mercante.

Nel caso di specie, il commissario ha quindi affermato che i pozzi da cui viene emunta l’acqua sono in possesso della comunità e quindi Regione e Comune non potevano disporne a favore dell’impresa (che tra l’altro oggi è la spagnola Industrias Reunidas 2006).

La seconda è la leggerezza – ad essere benevoli – con cui in Italia in certi campi vengono date e rinnovate le concessioni, fregandosene dell’Europa e della concorrenza. Lo si rileva in questa vicenda, così come nel campo delle concessioni balneari, prorogate di tredici anni questo mese, dopo che la Corte di Giustizia Ue nel 2016 aveva affermato l’illegittimità di tale pratica. Della serie: l’Europa a noi italiani sta bene solo quando ci fa comodo.

E parliamo della terza problematica: i conti pubblici. Con il rinnovo delle concessioni si reca un sicuro danno ai conti pubblici, ma che dire dei canoni che vengono corrisposti? Per le concessioni balneari nel 2016 lo Stato incassava “poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni a fronte di un giro di affari stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro annui”.

E per le acque minerali? E per la Rocchetta? A suo tempo, mi occupai già del lucrosissimo business dell’estrazione degli inerti e dell’emungimento delle acque minerali. Canoni irrisori ed enormi guadagni.

Per quanto riguarda Rocchetta, in particolare, un approfondimento di Altreconomia di questo mese rileva che per ogni euro speso in canone, la proprietaria ottiene un ricavo di 80 euro! E la stessa Altreconomia, con Legambiente nel 2016 pubblicò un rapporto che denunciava un giro d’affari di oltre dieci miliardi all’anno, a fronte di una incidenza del canone di due millesimi di euro al litro!

Dove sta il senso di questo agire della mano pubblica? In questo come in altri campi, come visto? Senza contare che canoni più congrui comporterebbero, nel caso, anche un aumento del costo della vendita al minuto ed una diminuzione dei consumi. E del consumo di plastica. “In Italia ogni anno si consumano 8 miliardi di bottiglie da 1,5 litri di acqua minerale, che producono 280 mila tonnellate di rifiuti in plastica: siamo uno dei primi tre Paesi al mondo per consumo di acqua in bottiglia, con il Messico e l’Arabia Saudita.”

Concludo con la Comunanza Agraria dell’Appennino Gualdese. Con questi dati, appare di tutta evidenza che la Comunanza sia un pochettino incazzata e voglia rivedere tutti i rapporti con l’impresa spagnola.

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