Puntini colorati che avanzano lungo una sconfinata distesa verde. Con i metri che si contano a migliaia e i polmoni che iniziano a implorare pietà. Campioni che serpeggiano fra pascoli e boschi imprecando e sudando come idranti prima di infilare le gambe in un ruscello. E le partite. Prima quelle a carte fra compagni di squadra. Interminabili e agguerrite, capaci di unire ma anche di dividere. Poi quelle a bassa intensità contro le rappresentative locali. Squadre accroccate alla bene e meglio, formazioni che nei bar delle grandi città vengono definite di boscaioli o di dopolavoristi. Match giocati con il pallone che sembra di marmo e i muscoli che sferragliano a ogni scatto. I famigliari declassati a ricordi. Almeno per qualche settimana. Con il suono di un gettone che cade giù nel telefono come premessa al poter ascoltare una voce amica. Per decenni i ritiri sono stati molto più dell’incipit di una stagione. Sono stati dei rituali, delle incubatrici buone per alimentare i sogni dei tifosi, le speranze (più o meno fondate) sulla bontà di qualche nuovo acquisto. Luoghi dove ogni obiettivo era possibile perché ancora non c’erano i risultati a far cadere la catena di chi pedalava verso il proprio traguardo. Con le penne dei cronisti che diventavano gli occhi di quei tifosi che non potevano sacrificare le vacanze al mare con la famiglia sull’altare della fede per il proprio club.

Polaroid di un calcio preistorico che non esiste più, ma che potrebbe tornare. Perché la pandemia nel mondo globalizzato ha riportato l’attenzione sui confini nazionali. Un concetto che nel calcio vuol dire stop alle tournée estive e ai loro cervellotici match. Partite giocate a volte in stadi nati per altri sport, con rose imbottite di riserve e farcite da giocatori che non aspettano altro che essere ceduti. Test dallo scarso valore tecnico e ancor meno tattico, buoni per infilare assegni nel portafogli e portare a spasso il nome del club, nella speranza di marcare qualche mercato internazionale. Tutto con l’allenatore di turno costretto a presentarsi davanti ai microfoni per mitragliare frasi come “è stata una buona prova” o “ancora non si è visto quello che abbiamo provato in allenamento”.

Ora con l’International Champions Cup che ha dovuto riporre nel cassetto l’edizione 2020, i ritiri sembrano destinati a tornare protagonisti. Anche se in modo molto diverso rispetto alle due decadi d’oro a cavallo fra gli anni Settanta e Novanta. “Il calciatore di oggi è un professionista che lavora con il proprio corpo come suo unico capitale – diceva Francesco Rocca a Repubblica il 16 giugno del 1988 – l’allenamento è un mezzo di consapevolezza e di rafforzamento dell’uomo atleta. Ma di troppo allenamento si può soffrire. Si può risentire di una periodizzazione non esatta della preparazione. Ma anche a questo serve il training: a dare alla squadra quel senso di superiorità o almeno di equivalenza rispetto all’avversario che poi è anche un modo di difenderti dallo stress, di farne un fattore positivo”. Trentadue anni più tardi, la concezione alla base del ritiro si è andata modificando.

Si va ancora in montagna, ma per motivi diversi. L’idea che l’altura aiuti l’ossigenazione e quindi possa impattare notevolmente sulla preparazione è scoppiata come una bolla di sapone. Si sceglie ancora la montagna, certo, per un semplice fattore climatico. E le lunghe sedute dove tutta la squadra lavorava insieme svolgendo un esercizio uguale per tutti sono ormai un lontano ricordo. Il calciatore non è più una pila che si deve ricaricare al massimo in tre-quattro settimane (oggi si pensa che la durata perfetta della ritiro sia di circa 40 giorni) per poi rilasciare la sua energia durante tutto il campionato. Perché la preparazione estiva non basta a conservare la brillantezza per l’intera stagione, ma deve essere integrata con dei nuovi carichi di lavoro durante l’anno. Adesso le preparazioni estive sono mirate, specifiche e, soprattutto, individuali. Ogni calciatore si allena in modo diverso, in base alle specificità personali e di ruolo. Ma a cambiare è stato soprattutto il rapporto con il pallone. Mentre prima la componente atletica era predominante, ora accanto alla corsa e alla resistenza fisica viene curata la parte tattica. I calciatori cominciano quasi subito a calciare la sfera, mentre fase offensiva e difensiva vengono affinate con degli allenamenti e delle partitelle specifiche.

Ma il ritiro, oggi, è diventato anche un business che lega insieme i club e i comuni che li ospitano. Ogni società ha la sua base estiva che viene scelta considerando la logistica e le offerte delle amministrazioni locali. Perché ospitare un top club significa attrarre turisti, organizzare eventi per intrattenerli, dare un colpo d’acceleratore all’economia. Tutto mentre i canali ufficiali del club riprendono lo spettacolo (quasi sempre a pagamento) per chi resta a casa. Recentemente la Provincia autonoma di Trento ha dichiarato di aver speso circa 4 milioni e 200mila euro fra il 2015 e il 2019 per l’organizzazione dei ritiri di squadre come Napoli, Fiorentina, Roma, Chievo Verona, Hellas Verona, Venezia, Cagliari, Bologna, Parma, Bari e Spal. Un investimento che, secondo l’assessore al turismo e allo sport, Roberto Failoni, ha garantito un ritorno economico medio di circa 10 milioni annui. Un vero affare. Anche perché, come ha ribadito l’assessore, “i turisti sportivi si caratterizzano per capacità di spesa elevata e per tempi di permanenza medi più lunghi rispetto ad altre categorie”.

Il ritiro estivo si è evoluto. Da scampagnata in montagna si è trasformato in una lunga sessione di allenamento iper tecnologico. E proprio per questo ha perso buona parte del suo fascino. Con le telecamere sempre più intrusive in quelli che una volta erano templi inaccessibili, non c’è più spazio per gli aneddoti sospesi fra leggenda e realtà. Aumenta così la nostalgia per quel calcio ruspante che i milioni delle televisioni hanno portato all’estinzione. Si dice, ad esempio, che prima di imbarcarsi per la Cina per una tournée nel 1978, Bersellini, che allora guidava l’Inter, abbia fatto testamento. Nel 1986, invece, Pecci sostenne di avere paura di volare da quando il Napoli lo portò con un piccolo aereo in ritiro. Il jet noleggiato dalla società fu costretto a un atterraggio di fortuna a Trento a causa di una bufera di vento e pioggia. Nello stesso anno il Milan di Berlusconi è il primo club a utilizzare la pubblicità televisiva per gli abbonamenti e poi, prima di partire per il ritiro, raduna squadra e tifosi al vecchio stadio dell’Arena per una passerella fra applausi e bandiere presentata da Cesare Cadeo. Nils Liedholm aveva l’abitudine di raggiungere la squadra direttamente fra le montagne. “Il Barone ci portava in ritiro a Buscate, dove c’era il mago Mario Maggi”, ha raccontato tempo fa Giorgio Rossi, lo storico massaggiatore della Roma. Giacomo Losi, che dei giallorossi è stato capitano e bandiera, è stato testimone dei ritiri al Terminillo. Le partitelle si svolgevano sui prati di montagna dove “allestivamo campi improvvisati in cui non era semplice evitare gli escrementi di vacca“. Nel 1986, invece, la Juventus fissa il ritiro a Macolin, in Svizzera. A guidare la scelta di Boniperti pare sia stato il suggerimento di Platini, stufo delle continue invasioni di tifosi di Villar Perosa. Nel 1989 il Genoa di Scoglio, tornato in A, parte per il ritiro con il malinconico in bocca al lupo di appena una ventina di tifosi e con la moglie di qualche giocatore al seguito. Non a caso nel 1985 Vujadin Boskov aveva deciso di non portare il suo Ascoli in ritiro. “Ascolti bene – aveva detto all’inviato di Repubblica – sente questo cicaleccio? Ecco, siamo appena arrivati e tutti i giocatori sono già attaccati al telefono. Mogli, fidanzate, figli, madri, padri, zie. Non se ne può più, è davvero una mania, come la chiamate voi italiani? Ah sì, mammismo. Insomma voglio dire, tutto questo non ha senso. E allora ho deciso: basta con i ritiri”.

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