Il governatore della Lombardia Attilio Fontana è indagato dalla Procura di Milano nell’inchiesta sulla fornitura da mezzo milione di euro di camici e altro materiale medico da parte della Dama spa, società gestita da Andrea Dini, cognato del presidente, e di cui la moglie detiene il 10 per cento delle quote. Lo apprende l’Ansa in base a fonti qualificate. Il colpo di scena nelle indagini, che vede iscritti nel registro degli indagati per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente lo stesso Dini e Filippo Bongiovanni, il dg dimissionario di Aria Spa (la Centrale acquisti regionale), è arrivato al termine di settimane di accertamenti e audizioni da parte degli investigatori. Proprio oggi sarebbe stato ascoltato Bongiovanni, figura chiave nella catena di comando che ha portato al via libera all’affidamento diretto nel pieno della pandemia.

Durante le tre ore di faccia a faccia coi pm, Bongiovanni ha dato la sua versione dei fatti, sostenendo che nelle fasi più difficili dell’emergenza sarebbero state sospese tutte le procedure di verifica sulle forniture. In sostanza qualunque impresa capace di fornire dispositivi di protezione individuale, e che si era riconvertita per farlo, veniva in presa in considerazione da Aria. Regione Lombardia e la Centrale acquisti, ha aggiunto, si sono mosse in uno stato “quotidiano” di necessità. Un argomento già ripetuto dieci giorni fa al Pirellone dall’assessore Raffaele Cattaneo – anche lui ascoltato dai magistrati ma non indagato – secondo cui “in quei giorni” non c’erano alternative. “Rifarei tutto”, aveva sostenuto in aula tra le polemiche dell’opposizione, dal momento che proprio lui secondo gli inquirenti avrebbe consigliato ad Aria di rivolgersi a Dama (in quel periodo era responsabile dell’unità regionale per il reperimento di mascherine e altri dispositivi).

Per quanto riguarda la posizione del leghista Fontana, finora dalla procura era trapelata soltanto l’ipotesi che avesse avuto un “ruolo attivo” nell’eventuale passaggio della commessa di camici da “fornitura” a “donazione. È questo il nodo chiave intorno al quale ruota tutta la vicenda, scoperchiata da un’inchiesta della trasmissione Report. La Dama Spa gestita da Dini – noto imprenditore che detiene anche il marchio di abbigliamento Paul&Shark – ha fornito infatti alla Lombardia materiale medico per 513mila euro. In base alle ricostruzioni giornalistiche, le fatture sarebbero state stornate e l’acquisto trasformato in una donazione solo dopo la diffusione della vicenda sui media nazionali. Dini finora ha sempre negato, affermando che il suo intento era sin dall’inizio a scopi benefici. Come riportato dal Fatto Quotidiano, però, lo stesso manager avrebbe firmato di suo pugno un’email in cui si parlava esplicitamente di “prezzi e forniture”. Documento recuperato dagli investigatori del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza nel corso delle acquisizioni fatte in Regione nelle ultime settimane.

L’ipotesi dell’aggiunto Maurizio Romanelli e dei pm Filippini, Furno e Scalas, è che quell’affidamento senza gara datato 16 aprile a Dama Spa, azienda di cui la moglie di Fontana (Roberta Dini) detiene parte delle quote, sarebbe avvenuto in conflitto di interessi. E che l’ordine sarebbe stato trasformato in donazione il 20 maggio, cioè solo dopo che la trasmissione Report ha iniziato ad indagare sulla vicenda. L’inchiesta si concentra pure sul fatto che i dispositivi di protezione effettivamente forniti erano meno di quelle ordinati e che lo storno delle fatture riguardava una cifra inferiore rispetto a quella pattuita. L’ultimo nodo riguarda il “patto di integrità” che Dama avrebbe dovuto (o non dovuto) sottoscrivere per poter stipulare contratti con la Regione. Il patto, infatti, deve essere accompagnato da una dichiarazione che sgombri il campo da ogni ipotesi di conflitto di interesse. Sin da subito i magistrati hanno escluso un ruolo della moglie del governatore, mentre su Fontana – che si è sempre detto del tutto estraneo ai fatti – hanno sciolto le riserve soltanto adesso.

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