Cassa depositi e prestiti pronta a entrare in Autostrade e a sostituire, “entro 6 mesi o un anno”, la holding Atlantia nell’assetto azionario di Aspi. È questa l’ultima ipotesi di mediazione a cui l’azienda che fa capo alla famiglia Benetton e il governo hanno lavorato nelle ore precedenti al Consiglio dei ministri. Un piano che prevedeva la graduale ma definitiva uscita degli imprenditori veneti dalla gestione della rete autostradale italiana come richiesto da parte della maggioranza. Ma che a Giuseppe Conte non andava bene: nella nuova proposta di Aspi arrivata nella notte, infatti, mancava ancora l’impegno a manlevare la parte pubblica per tutte le richieste risarcitorie collegate al crollo del ponte Morandi. E non si trattava dell’unico passaggio ritenuto “inaccettabile” dal capo dell’esecutivo. Ecco tutte le tappe del negoziato durato oltre 6 ore che ha portato poi all’accordo tra il governo e i Benetton.

Il Cdm e il faccia a faccia Conte, De Micheli, Gualtieri – A un anno e undici mesi esatti di distanza dal crollo del ponte Morandi a Genova, costato la vita a 43 persone, il Consiglio dei ministri che discuteva per la prima volta il dossier Autostrade era stato fissato per le 11 di mattina. È poi slittato alle 22 per iniziare, sulla carta, solo un’ora dopo, mentre veniva cancellato il pre – vertice tra Conte e i capi delegazione dei partiti della maggioranza. Il colpo di scena è arrivato poco prima della mezzanotte: sul tavolo di Palazzo Chigi è arrivata la nuova proposta dei Benetton, annunciata pubblicamente solo pochi minuti prima. Il Cdm, a quel punto, è stato sospeso per permettere ai ministri di valutare lo schema di trattativa dell’azienda. Conte ha riunito la titolare dei Trasporti, Paola De Micheli, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, mettendo in stand-by gli altri ministri per circa un’ora. Uno stop che ha provocato l’irritazione della capo-delegazione di Italia viva Teresa Bellanova.

Conte: “Inaccettabile assenza Manleva” – Ma pure il faccia a faccia tra Conte, De Micheli e Gualtieri viene definito “teso” da fonti interne alla maggioranza. Le stesse fonti, però, sottolineano come non ci sia stata “nessuna divisione nel governo“. Alla fine del vertice coi due ministri, infatti, il premier si è seduto insieme al resto dell’esecutivo mentre all’esterno filtrava la sua “insoddisfazione” per la proposta di Atlantia. Tra le condizioni che vedono Conte “irremovibile” sulla nuova proposta di Aspi c’è l’assenza dell’impegno a manlevare la parte pubblica per tutte le richieste risarcitorie collegate al crollo del ponte Morandi. Il presidente del Consiglio ritiene infatti che Aspi debba pronunciarsi e accettare anche le condizioni dell’accordo transattivo -dunque risarcimenti, tariffe, investimenti- che, per come poste dall’azienda, erano state giudicate dal governo nei giorni scorsi inaccettabili e che Aspi, nella nuova proposta, non ha ancora accettato di modificare. Tra i punti che Conte continua a etichettare come “inaccettabili“, quindi, c’è soprattutto l’assenza della manleva per il pubblico sul crollo del ponte che costò la vita a 43 persone. Per lo stesso motivo fonti interne ai 5 stelle definiscono “insufficiente” la controproposta di Atlantia. A indispettire i 5 Stelle anche la “presunzione” di Aspi “di inserire nei ristori investimenti che comunque è tenuta a fare”.

La trattativa a notte fonda pure sul Milleproroghe – Nella notte, dunque, a Palazzo Chigi è andato in onda quello che i presenti hanno definito come un “duro negoziato“. Sul tavolo del confronto tra governo e Atlantia, oltre alla manleva, c’è il tema delle tariffe autostradali e quello sull’articolo 35 del decreto Milleproroghe che ha tagliato l’indennizzo in caso di revoca della concessione. La stessa norma prevede anche che in caso di revoca la gestione passi ad Anas. Viene invece definitiva come “positiva” la soluzione sui futuri assetti societari che riguardano la partecipazione di Atlantia ad Aspi. Il nuovo piano è al vaglio dei tecnici dei vari ministeri per essere valutato. Affinché Cassa depositi e prestiti possa ottenere il controllo dell’azienda, diventando socio di maggioranza, è necessaria una quotazione in Borsa. Il percorso prevede un aumento di capitale e l’ingresso di nuovi soci per l’acquisto delle azioni che non ricadranno nella competenza dell’ente pubblico. Risultato: quote di Atlantia diluite e presenza dei Benetton nella compagine aziendale ridotta al minimo. Resta però il nodo dei tempi per un’uscita definitiva della famiglia. Dal momento che Aspi si muove nel libero mercato è “impossibile metterli alla porta” se non attraverso la revoca. L’ipotesi su cui ragionano i ministri è quella di ottenere una loro uscita “a tempo”, cioè entro sei mesi o un anno. Con la controproposta di Atlantia, secondo calcoli dell’esecutivo, la partecipazione dei Benetton in Aspi dovrebbe attestarsi attorno al 10-11%, fissando l’asticella della famiglia trevigiana attorno a una percentuale che non gli consentirebbe di esprimere nemmeno un membro nel cda di Autostrade per l’Italia.

La linea del premier – Al tavolo di Palazzo Chigi, dunque, il premier ha mantenuto la posizione netta ripetuta ancora una volta in serata: “O Aspi accetta entro stasera le condizioni che il governo le ha già sottoposto oppure ci sarà la revoca”. Le anticipazioni della vigilia prevedevano tre ipotesi sul tavolo: l’uscita consensuale della famiglia Benetton da Aspi, la riduzione del loro ruolo attraverso un aumento di capitale e il passaggio di mano a una società pubblica (come Cdp) o la revoca definitiva della concessione, con tutto ciò che ne consegue in termini di contenzioso e di eventuali ricadute occupazionali. “Lo Stato non può essere socio di chi prende in giro i familiari delle vittime”, aveva dichiarato in un’intervista al direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, lasciando intendere che la soluzione più gradita è l’uscita definitiva di scena dei Benetton. Mentre Italia Viva frena, il Movimento 5 stelle, parte del Pd e Leu spingono per questa soluzione. Ipotesi che – di fronte al rischio rottura – non è più un tabù neppure per la famiglia stessa che attualmente controlla Autostrade con la cassaforte Edizione, la holding che detiene il 30% di Atlantia e che a sua volta ha l’88% della concessionaria.

La posizione dei Benetton – La notizia dello slittamento del Cdm ha colto di sorpresa anche il Consiglio di amministrazione di Atlantia, convocato per rispondere alle eventuali decisioni del governo e poi concluso senza alcun comunicato. In nottata, però, gli uomini dei Benetton hanno continuato a trattare con l’esecutivo. D’altra parte la posizione della famiglia di Ponzano Veneto nei giorni scorsi si è fatta sempre più morbida. Dopo aver fatto filtrare lunedì un laconico “abbiamo sempre rispettato le istituzioni”, martedì mattina hanno fatto un altro mezzo passo indietro: “Quello che è accaduto, il crollo del ponte di Genova, le vittime e le sofferenze provocate, quello che è emerso dopo la tragedia, rende comprensibile la posizione del Presidente del Consiglio“, ha detto il presidente di Edizione, Gianni Mion, fedelissimo dei Benetton, per poi sottolineare l’ovvio. Ovvero che “è tuttavia nostro dovere difendere le due aziende, Aspi ed Atlantia, ed i loro dipendenti, finanziatori ed azionisti. Mi auguro che si possa trovare una soluzione equa nell’interesse di tutti: cittadini, lavoratori, risparmiatori ed investitori”.

Il tracollo in Borsa – Dopo il tracollo del titolo in Borsa registrato lunedì (-1,68 miliardi di capitalizzazione, poi solo parzialmente recuperati con un rimbalzo di 66 milioni), a guardare con apprensione a ciò che succede a Roma sono anche gli azionisti stranieri di Aspi. Dal colosso assicurativo tedesco Allianz che detiene il 7% attraverso il veicolo Appia Investments (“Sono curiosa di sapere come andrà il Consiglio dei ministri”, ha detto lunedì Angela Merkel in conferenza stampa con Conte) al fondo governativo cinese Silk Road (5%) che, secondo quanto riportato da diverse fonti, lunedì avrebbe tentato una moral suasion attraverso l’ambasciatore italiano a Pechino Luca Ferrari. Una convocazione smentita categoricamente dalla Farnesina guidata da Luigi Di Maio.

La lettera di marzo – La posta in gioco, soprattutto su piano politico, è altissima. Non è un caso che nelle ore precedenti all’inizio del vertice a Palazzo Chigi sia stata fatta trapelare una lettera sul caso Autostrade, datata 13 marzo, a firma De Micheli. Nel documento la ministra chiedeva a Conte di “valutare una soluzione transattiva” per evitare il rischio di un risarcimento “integrale”, fino a 23 miliardi, ad Atlantia. Si citava anche un parere dell’Avvocatura dello Stato secondo cui – nonostante la norma del decreto Milleproroghe che ha portato a 7 miliardi il risarcimento da versare ai Benetton per l’eventuale revoca della concessione – l’azienda possa comunque ottenere l’intera somma di 23 miliardi fissata nel 2008. Nel campo pentastellato, invece, Luigi Di Maio ha tuonato contro l’ex alleato Salvini accusandolo di aver temporeggiato sulla revoca ad Aspi quando era al governo, mentre l’ex ministro Danilo Toninelli ha invitato l’esecutivo a non avere paura “di una famiglia di industriali lobbisti che si è approfittata di certa politica che gli ha regalato beni di Stato per diventare miliardari”.

L’ipotesi del commissario – Nelle ultime ore si era pure fatto strada un compromesso alternativo: commissariare Aspi. Cosa significa? Da un lato prendere altro tempo, dall’altro estromettere subito i Benetton dalla governance della rete autostradale. “Io oggi credo che il Consiglio dei ministri sia chiamato a prendere una decisione politica. Gli atti conseguenziali arriveranno dopo”, ha dichiarato il viceministro dei Trasporti, Giancarlo Cancelleri, sostenendo che è “l’unico modo per avviare la revoca”. Il commissariamento, ha proseguito l’esponente M5s, avverrebbe “attraverso la revoca di Autostrade per cui non si perde neanche un posto di lavoro”. La società “continuerebbe a lavorare attraverso un commissario governativo” in attesa della messa a bando la concessione. Come riferito dall’Ansa, il primo nome in circolazione per il nuovo incarico sarebbe quello dell’ex ad di Terna Luigi Ferraris. Ma le nuove trattative tra il governo e Aspi sembrano aver messo di nuovo tutto in discussione: in piena notte e ad oltranza.

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