Qualche giorno fa Luca D’Alessio, segretario generale del Sam (Sindacato Autonomo dei Militari), ha chiesto a tutti i nuovi sindacati militari di unire le forze per ottenere dal legislatore una normativa che non sterilizzi la sentenza n. 120/2018 della Corte costituzionale. Temo tuttavia che anche un’azione comune di tutte le neonate organizzazioni sindacali non sia sufficiente.

Per scardinare le tenaci resistenze conservatrici alla modernizzazione delle Forze armate, occorrerebbe chiamare a raccolta tutte le forze progressiste del Paese e portare la questione al centro del dibattito politico. I sindacati militari, privati dagli stessi giudici costituzionali del diritto di sciopero, cioè del principale mezzo di lotta sindacale, potranno operare con qualche efficacia se almeno saranno sostenuti dalle confederazioni sindacali.

In un periodo così difficile, in cui da un lato la lotta per i diritti sembra passata di moda e dall’altro la crisi economica acuirà il dramma della disoccupazione e della precarietà, non sarà semplice perorare la causa dei militari, spesso considerati in qualche modo dei “privilegiati”.

Perciò si dovrà fare uno sforzo maggiore per spiegare con parole precise quali benefici deriveranno alla collettività da corpi militari e polizie sindacalizzati e quindi più democratici, meno burocratizzati, più trasparenti e più efficienti. Perciò si dovranno anche tenere a bada le tigri rabbiose del più bieco corporativismo. Il sindacato è universalmente ritenuto quale soggetto capace di coniugare gli interessi particolari della categoria che rappresenta con quelli più generali dell’intera collettività; altrimenti abbiamo di fronte un’aggregazione neppure degna di questo nome.

Del problema scrisse Gino Giugni nel 1977, quando si discuteva in un clima peraltro molto più favorevole della sindacalizzazione della Polizia di Stato. “In termini generali vi è una stretta connessione tra libertà di organizzazione sindacale e diritto di sciopero; una connessione che, stante l’improbabilità (e anche l’inopportunità) di un riconoscimento del diritto di sciopero agli appartenenti alla polizia, in questo caso verrebbe meno. Questo comporta una interessante conseguenza: che il sindacato di polizia in quanto privo della possibilità di realizzare congruamente la tutela degli appartenenti si presenterebbe privo di quello che è considerato un attributo essenziale per definire la natura sindacale di un’associazione dei lavoratori”.

Il grande giurista individuò la possibile soluzione nel collegamento alle centrali sindacali che avrebbe consentito ai poliziotti di ricorrere, in mancanza della libertà di sciopero, alla solidarietà degli altri lavoratori.

Sul fronte del collegamento del sindacalismo militare con la società civile, fa ben sperare la posizione assunta dalla Confederazione dei Comitati di Base che, con un comunicato ripreso dalle agenzie di stampa, ha espresso un netto giudizio negativo sulla proposta di legge sulla sindacalizzazione delle Forze armate che la Commissione Difesa della Camera dei deputati ha licenziato a maggio e che approderà presto in Aula.

Secondo i Cobas, il testo contiene elementi che contrastano col diritto costituzionale alla libera associazione sindacale, testimonierebbe la volontà politica di assecondare i vertici militari e di conculcare i diritti sindacali, sarebbe un omaggio a visioni militariste e corporative troppo care a una certa parte politica che confonde ad arte sicurezza e repressione.

È un fatto importante che un’organizzazione sindacale di base si dimostri sensibile ai diritti dei militari, “lavoratori in divisa” come sono stati definiti. Infatti, se le nuove organizzazioni sindacali trovano difficoltà ad “andare dalla montagna”, cioè ad avere come interlocutore la società, stavolta s’è mossa la “montagna”: i lavoratori chiedono che i militari abbiano pari diritti. È senza dubbio un segnale di vivacità della nostra democrazia.

Un segnale, tuttavia, che va raccolto e amplificato: le forze progressiste, che poi sono attualmente al governo del Paese, sembrano aver finora sottovalutato la portata politica di una legge che elimini la separatezza tra i cittadini con le stellette e il resto della società.

C’è da augurarsi che un sussulto di dignità possa migliorare il testo base in Aula e che l’aria pulita della democrazia e della libertà, a cui è stata sbattuta la porta in faccia in Commissione, rientri dalla finestra e rinfreschi la mente della maggioranza parlamentare.

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