Se un ministro olandese leggesse oggi il Corriere della Sera scoprirebbe che nel solo mese di aprile, durante le settimane più dure della pandemia, il risparmio privato depositato in banca è lievitato di 25 miliardi di euro. E quello delle aziende di altri cinque miliardi. La somma esatta ed equivalente di quanto il governo, in quegli stessi giorni, metteva in campo per “non lasciare nessuno solo”. Evidentemente in quel nessuno era ricompreso anche chi solo non era, e nemmeno desolato, sul punto di fallire, con l’acqua alla gola, nelle fitte della tempesta che gli azzerava una vita di lavoro. E però lo dichiarava.

Se quello stesso ministro avesse aperto Il Sole 24 Ore avrebbe conosciuto l’esatta percentuale delle domande incomplete, inesatte o addirittura false di chi si era messo in lizza per godere del reddito di cittadinanza. Ogni dieci domande 5,8 sono state respinte. Un segno, a vederlo in positivo, dello scrupolo della selezione. Ma insieme, comunque, il timbro di una resistente propensione alla furbizia. Due milioni quattrocentomila le domande presentate. Un milione quelle accolte. Di quel milione solo ventimila (il 2%) sono ora titolari di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, altri 48mila sono assunzioni in genere precarie. E il resto? Contribuisce in qualche modo a restituire allo Stato, mettendo a disposizione le sue braccia, i suoi saperi, la sua competenza, ciò che giustamente ottiene?

Giuseppe Conte quando chiede all’Europa di non opporre veti, provi a dire agli italiani di non essere più al di sotto di ogni sospetto. Provi cioè a fare i conti con i vizi del suo Paese, e lo dica facendo finalmente un discorso di verità.

Quanti proprietari di quei trenta miliardi di euro accantonati in banca solo in aprile sono stati beneficiati dalle provvidenze statali? Quanti di essi – a vario titolo – lo saranno ancora? E, se non è troppo, si può chiedere perché?

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