Mentre i dipendenti del Comune di Milano promuovono il lavoro agile definendolo un’occasione “di crescita delle competenze” e di sviluppo di “abilità informatiche e tecnologiche”, il sindaco Beppe Sala torna ad avvertire che dietro lo smart working ci sono rischi per i lavoratori e per la città. E esplicita una certezza: “La maggior parte delle aziende stanno pensando a piani, se lo vogliamo dire in modo gradevole di efficientamento, se lo vogliamo dire in modo meno gradevole di licenziamento“.

Licenziamenti causati dallo smart working oppure dall’impatto del Covid? Il ragionamento del primo cittadino, che giorni fa aveva lanciato l’allarme sull'”effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio“, è articolato. La pandemia riduce i fatturati. Con i lavoratori e i clienti a casa “il ragionamento che fanno gli imprenditori è: ‘Con i tempi che corrono avrò bisogno di tutti questi spazi e queste persone?‘ A me questa cosa angoscia. Se non torniamo oggi in ufficio, non sappiamo cosa succederà in autunno“, ha spiegato Sala nel corso della trasmissione ‘Quante Storie’ su Rai 3. “Anche a chi è a casa, che non stia tranquillo”. La seconda parte del problema riguarda l’indotto: “Con molta gente a casa le comunità si fermano e non parlo solo di bar e ristoranti. Domani incontrerò decine di lavoratori del mondo dello spettacolo che sono rimasti senza lavoro. Mettiamo alla fame una quantità di gente incredibile”.

“Lo smart working non è solo una grande opportunità, ma rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma dell’organizzazione del lavoro”, sottolinea il sindaco in una lettera inviata al Corriere. Ma “non può essere preso in considerazione senza valutare sino in fondo anche tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città. Una città resa fantasma è un incubo inaccettabile”. Quindi bisogna “tornare a circolare, ad andare in ufficio o sul luogo di lavoro, riprendere la vita vivente. Uffici, servizi, negozi, artigianato, musei, teatri, cinema: con le distanze di sicurezza e le modalità di protezione che sappiamo, possiamo e dobbiamo rioccupare le nostre esistenze con la relazione fisica, a partire da quella nei luoghi in cui lavoriamo”.

L’aspetto delle conseguenze sull’indotto è molto sentito dagli esercenti e non solo in Lombardia: in Piemonte la Confesercenti ha lanciato “l’allarme pausa pranzo” avvertendo che “se il personale non ritorna negli uffici, per bar e ristoranti (ma anche per il resto del commercio) sarà un problema risollevarsi”. E ha chiesto alle istituzioni, dalla Regione ai Comuni, di mettere a punto un piano di rientro dei dipendenti nelle sedi di lavoro “rapidamente e in piena sicurezza”. “Presidente Cirio, Sindaca Appendino, Sindaci, non mettiamo a rischio l’esistenza di tante attività commerciali e tanti posti di lavoro!”, recita la petizione promossa su change.org.

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