Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Cesar Gaviria non è mai stato così spaventato. Anche se è chiuso da giorni in un bunker. Anche se ci sono decine di soldati a sorvegliare ogni entrata. È il 27 maggio del 1990 e la televisione ha appena lanciato la notizia. È lui il nuovo presidente della Colomba. È il suo il nome in cima alla lista degli assassini dei narcos. L’ultima minaccia è arrivata solo qualche giorno prima. All’improvviso il telefono di una radio privata di Bogotà ha iniziato a squillare e la voce dall’altro capo della cornetta ha mitragliato una parola dopo l’altra. “Può anche andare in giro circondato da cento guardie del corpo. Ma consigliate agli uomini che si occupano della sua sicurezza di procurargli un giubbotto antiproiettile per proteggersi la testa. Perché è lì che lo colpiremo”. Una frase che non è una minaccia, ma una sentenza.

Perché le settimane che hanno portato alle votazioni sono state un calvario. Il 7 maggio alcuni membri del cartello di Medellin vengono arrestati dagli agenti federali americani. Hanno provato ad acquistare un centinaio di missili terra aria Stinger e un migliaio di fucili mitragliatori. Volevano tirare giù l’elicottero del presidente colombiano Virgilio Barco. Neanche una settimana dopo due automobili imbottite di esplosivo saltano in aria davanti a due centri commerciali di Bogotà. Le esplosioni uccidono 19 persone e ne feriscono 160. Ma sul terreno ci sono anche i corpi di 4 bambini di 3 anni. Poco dopo due sicari travestiti da poliziotti si avvicinano all’auto del maggiore della polizia Miguel Angel Morales. Gli scaricano addosso i caricatori e poi fuggono in sella a una moto. Ma le uccisioni diventano anche fonte di reddito.

Perché il cartello paga 5mila dollari per ogni agente morto. E in 5 mesi i poliziotti trucidati sono stati 241, 77 solo a Medellin. Anche i politici sono un bersaglio. Dei 12 candidati alla presidenza, 3 sono stati uccisi negli ultimi 9 mesi. Lo stesso Gaviria si è dovuto accontentare del ruolo di seconda scelta. I liberali avevano deciso di puntare su Luis Carlos Galan. Solo che il politico era stato ucciso con un colpo alla testa durante un comizio. Anche l’M-19 ha dovuto seppellire il suo leader Carlos Pizarro. Viaggiava a bordo di un aereo con quindici guardie del corpo. Non è bastato. E ora il suo posto è stato preso da Antonio Navarro Wolf. L’Union Patriotica, invece, ha deciso di rinunciare alla corsa alla carica più importante dello stato dopo che i narcos avevano ucciso il loro candidato, Bernardo Jaramillo. A diventare presidente, dunque, sarà chi riuscirà a sopravvivere.

Il giorno delle elezioni i killer del cartello fanno esplodere un’autobomba dopo l’altra, sparano sulla gente che si reca ai seggi. Alla fine Cesar Gaviria riesce a vincere con il 47,5% dei voti. E annuncia che continuerà la guerra al narcotraffico. Poco prima, a migliaia di chilometri di distanza, la nazionale colombiana prende possesso delle sue stanze a Villa Pallavicini, Bologna. Il rumore degli spari non arriva neanche fra le pareti di quelle camere con i soffitti affrescati, eppure non basta per dimenticare. I giocatori seguono una dieta fatta di rigatoni al ragù, insalata e banane. Nel tempo libero provano a pensare ad altro, a concentrarsi solo sul pallone. Un lusso che il loro ct, Francisco Maturana, non può permettersi. Perché i giornalisti non fanno altro che domandargli del narcotraffico. O di Pablo Escobar.

“Siamo consapevoli che il calcio è legato al clima del nostro paese – dice – una nostra vittoria aiuterebbe a risolvere certi problemi”. Nessuno sembra davvero interessato al suo modo di giocare. Tranne Arrigo Sacchi. L’allenatore del Milan fa spesso visita al collega. Si ferma per guardare gli allenamenti, per chiacchierare di tattica. Perché solo un anno prima quell’odontoiatra di Quibdò aveva guidato il Nacional Medellin fino alla vittoria della Copa Libertadores. E poi aveva perso l’Intercontinentale proprio contro il Milan. Il suo calcio si ispira a quello di Menotti e Bilardo. Ma anche a quello di Cruyff. E Maturana ha la sua piccola rivoluzione da portare avanti. “Fino a quel momento la nostra strategia di gioco era di neutralizzare i nostri avversari – ha detto a The Coaches’ Voice – alla fine di ogni partita eravamo così stanchi di correre che quasi ci veniva da piangere. Ci sentivamo come se non avessimo giocato. Allora ho detto ai calciatori: ‘D’ora in poi giocheremo a pallone’”.

L’idea è semplice: passaggi per mantenere il controllo della partita, nessuna paura di indietreggiare per allargare i reparti avversari, sfruttare i varchi creati e tanto pressing. Al resto ci pensano le due stelle della squadra. Valderrama ha il compito di rifinire il gioco, mentre Higuita gioca sia da portiere che da ultimo difensore. Si prende spesso rischi, dribbla gli attaccanti avversari, tira addirittura i rigori. Si dice che serva a camuffare il fatto che fra i pali non è poi così bravo. Maturana, però, gli chiede soprattutto una cosa: non lasciare mai più di 15 metri fra lui e i centrali. Il calcio del Dottore diventa ben presto il veicolo per costruire una nuova identità nazionale, lontana dal narcotraffico e dalle sue sofferenze. “La Nazionale è una cosa di interesse pubblico, non è mia – dice il cittì – Il calcio è del popolo. Sono stato in carcere per parlare con i detenuti sulla Nazionale, perché apparteneva anche a loro. Ho parlato con preti, suore, perché non era mia, era di tutti. Ho parlato con ciascuno ma non sono stato un politico, né un terrorista, né un narcotrafficante, né un santo quando parlavo con i sacerdoti. Ero e sono solo Pacho Maturana”.

E ancora: “Eravamo un paese di calciatori pappemolli, di innamorati del pallone, di egoisti il paese del calcio lento e poco produttivo. Adesso è tutto diverso. Siamo meno belli ma abbiamo una mentalità vincente“. L’esordio al Mondiale è piuttosto morbido. Contro gli Emirati Arabi Uniti tutti si aspettano una facile vittoria. Valderrama, invece, è preoccupato. Più per sé che per il gruppo. La sua lentezza e i pochi ripiegamenti difensivi lo rendono un lusso per i club più importanti. Così a 28 anni si è ritrovato a giocare al Montpellier. Un club periferico in uno dei campionati più periferici del Vecchio Continente. Tutti lo chiamano il Gullit biondo. Ma le analogie con l’olandese si fermano al soprannome. E il rischio di rimanere imprigionato ai margini del futbol è altissimo.

La Colombia soffre più del solito. Poi arrivano il colpo di testa di Redin e il destro di Valderrama. Fa 2-0, ma il centrocampista proprio non è soddisfatto. “Non mi sono piaciuto, la partita non è andata come volevo, forse ero emozionato”, dice. Contro la Jugoslavia Maturana ordina “mas alegria, mas futbol“. La squadra annuisce ed esegue. Finisce 1-0. Per la nazionale di Ivica Osim. Si decide tutto nell’ultima partita. Contro la Germania Ovest. Alla Colombia basta un pareggio. Serve meno alegria, meno futbol. Maturana manda in campo una squadra con una sola punta. All’89’ Littbarski porta in vantaggio i tedeschi. Higuita non ci mette neanche la mano. Al 93’ Valderrama inventa un passaggio che mette Rincon davanti alla porta. Freddy fa passare il pallone sotto le gambe di Illgner. È il gol che qualifica la Colombia. “È il giorno più bello della mia vita – dice il colombiano – l’offro al mio Paese e spero che non sia l’unico regalo”.

Agli ottavi la squadra di Maturana trova il Camerun. Poteva andare peggio. Tutti non fanno altro che parlare di Higuita. Anche se la partita nel carcere esclusivo di Pablo Escobar arriverà solo una anno più tardi. Anche se il famoso scorpione arriverà solo nel 1995. “Higuita è bravo – dice Vicini – per come gioca è una specie di uomo in più ma, se io fossi il suo allenatore, in panchina rischierei ogni volta l’infarto. A me va bene Zenga“. Zoff, invece, sembra più conciliante: “Per quello che ho visto nel ruolo specifico non ho visto niente di nuovo. A parte Higuita. Nonostante certe esasperazioni il suo stile è efficace e prezioso per la Colombia“. E sarà proprio il portiere il grande protagonista del match. I tempi regolamentari finiscono 0-0. Poi, al 106’ ecco che Milla entra in area e spedisce sotto la traversa il gol del vantaggio africano. Alla Colombia serve un gol. Così anche Higuita comincia a giocare più alto. Due minuti più tardi è sulla linea della trequarti difensiva e riceve palla da un difensore. Il suo controllo non è perfetto, ma il portiere prova comunque a dribblare Roger Milla. Il vecchio leone riesce a rubargli palla e corre verso la porta vuota. Higuita prova a fermarlo con un calcio da dietro ma non riesce neanche a sfiorarlo. È il gol del 2-0. È il gol che rende inutile la rete di Redin. È il gol che manda a casa la Colombia, una delle squadre più folli e amate del Mondiale.

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