Un’inchiesta del Ministero della Salute, che però già conferma tre decessi e quattro neonati gravemente cerebrolesi, sulla base di una prima relazione della Regione Veneto. Una denuncia circostanziata all’Ordine dei medici perché avvii azioni disciplinari nei confronti dei camici bianchi coinvolti. E ora anche una seconda inchiesta penale della Procura della Repubblica di Verona, che si affianca a quella già condotta dai pubblici ministeri di Genova. Si allarga il clamore per la morte dei neonati all’Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento a Verona, a causa di un batterio – il Citrobacter Koseriche ha fatto ammalare almeno una dozzina di altri piccoli. L’emergenza sanitaria è cominciata due anni fa, ma solo da una settimana (così ha dichiarato il governatore Luca Zaia) la Regione sarebbe stata informata, quando la direzione generale dell’ospedale scaligero ha deciso di chiudere i reparti di terapia intensiva neonatale e pediatrica, nonché il punto nascite, per una radicale sanificazione.

“Il Ministero si riserva di inviare ispettori per verificare la situazione. Abbiamo chiesto una relazione dettagliata alla Regione, dopo averla analizzata verrà deciso se intraprendere iniziative” dichiara Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute, rispondendo alle interrogazioni di tre parlamentari del Pd, Alessia Rotta, Elena Carnevali e Diego Zardini. Dal palazzo di giustizia di Verona arriva però un’autorevole conferma: “I sospetti che stanno emergendo sono gravi e pesanti, a questo punto è nostro compito fare chiarezza su tutto” ha dichiarato il procuratore Angela Barbaglio, annunciando un’inchiesta, che si profila complessa. A innescarla, ed è questo il fatto nuovo, è l’esposto presentato da Francesca Frezza, di Peschiera, la madre di Nina, una bimba nata a Verona l’11 aprile 2019 e deceduta al Gaslini di Genova il 18 novembre successivo. A redigere il documento di 14 pagine è stato l’avvocato Matteo Frezza, fratello della mamma.

Nell’esposto si parla di “enormi carenze igieniche”, si punta il dito su quelle che vengono definite le “gravissime colpe dell’ospedale” da aprile a luglio 2019, il periodo in cui Nina è rimasta ricoverata prima che la mamma decidesse di portarla a Genova, “per salvarla dall’accanimento terapeutico e permetterle almeno un fine vita dignitoso e con meno dolore”. Oltre alla situazione ambientale, si denuncia una “percorso di cure non condiviso”, una sequela di informazioni incomplete, la prospettiva di dimettere la bimba, anche in assenza di strutture in grado di accoglierla. “Si è trattato di un’odissea, una situazione allucinante” dichiara l’avvocato Frezza. E la madre di Nina: “Chiediamo di indagare sulla terapia del dolore che hanno negato a mia figlia nonostante le mie insistenze: le davano solo tachipirina, invece al Gaslini dopo 20 minuti le hanno subito somministrato della morfina per alleviare le terribili sofferenze che stava patendo”. Ma soprattutto denuncia: “Perché non hanno chiuso le Terapie intensive neonatale e pediatrica all’emergere dei primi casi di Citrobacter, che risalgono addirittura al 2018? Soltanto alle 14.30 di venerdì 12 giugno, il giorno in cui ho reso pubblici gli esiti dell’autopsia su Nina e mi sono personalmente piazzata davanti alle porte dei reparti coinvolti, l’Azienda ospedaliera si è finalmente decisa a chiudere. Ma andava fatto prima, mesi prima, anni prima”.

È soprattutto su questi aspetti ambientali e di gestione sanitaria che dovrà indagare la Procura. “Dobbiamo accertare tutto, perché la decisione di chiudere i reparti non significa automaticamente che ci siano state delle colpe. È compito della magistratura stabilirlo – ha dichiarato il procuratore Barbaglio – Seguirò personalmente le indagini, vista la gravità della vicenda. Si focalizzeranno innanzitutto sui casi di infezione, bisogna capire quanti e quali siano. Inoltre andranno fatte verifiche sul batterio, sulla sua origine e diffusione. E poi dobbiamo stabilire se ci sia stata o meno la consapevolezza della presenza del batterio. Se sì, perché i reparti interessati non sono stati chiusi prima? Quali misure igienico sanitarie sono state applicate? Cosa si è fatto per debellare questo batterio?”. L’inchiesta veronese si avvarrà degli atti di quella genovese e procederà poi all’interrogatorio non solo di Francesca Frezza, ma anche di altre mamme che si sono messe in contatto con lei. “Tra decessi e bimbi ammalati, i casi di cui siamo a conoscenza sono 23 – spiega l’avvocato Frezza – e tutti i genitori hanno raccontato la stessa storia. Un atteggiamento di sottovalutazione da parte dei medici. Alcun genitori si sono sentiti accusare addirittura di aver causato loro l’infezione…”.

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