I rigoristi cercheranno di abbassare l’ammontare totale e in particolare gli aiuti a fondo perduto. Si opporranno a una massiccia raccolta di soldi sul mercato e all’introduzione di nuove tasse. Vorranno un rigido controllo esterno sulla spesa. Infine, difenderanno gli sconti di cui beneficiano sui contributi nazionali al bilancio pluriennale, come già facevano ben prima dell’emergenza Covid. Quello del Recovery Fund sarà un percorso lungo almeno 7 mesi, con 4 punti che già emergono come principali ostacoli nella trattativa tra i Paesi Ue. La proposta da 750 miliardi di euro presentata mercoledì dalla Commissione europea è legata al prossimo bilancio europeo 2021-2027 e prima di vederne la luce bisognerà aspettare almeno l’inizio del 2021. La road map tracciata da Bruxelles indica gennaio del prossimo anno come mese in cui i nuovi fondi saranno disponibili e segna anche quale sarà la prima tappa decisiva di questo percorso: il Consiglio europeo del prossimo 17 e 18 giugno. Già in quell’occasione i leader Ue saranno chiamati a trovare un accordo sul bilancio 2021-2027: sarà la sede del confronto tra le posizioni dei Paesi del Sud, guidati da Italia e Spagna, e appunto il fronte dei “quattro frugali“, Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, gli Stati rigoristi. A cercare il compromesso saranno ancora una volta da una parte la Francia e dall’altra la Germania.

“Siamo stati incaricati dal Consiglio Ue di lavorare su questo modello”, su cui “c’è un accordo di fondo“, ha spiegato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto che prevede 500 miliardi da distribuire a titolo di sovvenzioni a fondo perduto e 250 miliardi come prestiti. Ora, ha aggiunto, il piano “subirà parziali modifiche come accade nei negoziati, ma sono convinta che questa sia la risposta che dobbiamo dare per risolvere questa crisi acuta”, ha spiegato von der Leyen. Mentre Italia e Spagna hanno accolto positivamente la proposta di Bruxelles, gli Stati “frugali” sono apparsi fin da subito più critici. In particolare i Paesi Bassi: “È difficile pensare che questa proposta potrà essere il risultato finale. Le posizioni sono distanti e i negoziati saranno lunghi”. Meno drastici i commenti arrivati dalla Danimarca e anche dall’Austria. Il cancelliere Sebastian Kurz ha subito messo in chiaro però quali saranno i punti controversi: “È positivo che sia garantito che i finanziamenti del Fondo per la ripresa siano limitati nel tempo e che” questo strumento “non porti a un’unione del debito permanente. Ciò che deve ancora essere negoziato è l’ammontare” del Fondo “e il rapporto tra sovvenzioni e prestiti“, ha detto Kurz.

Il rapporto tra sovvenzioni e prestiti – Il cancelliere austriaco anticipa già quale sarà il primo ambito di discussione. La proposta dei “frugali” di cui lo stesso Kurz si è fatto promotore prevedeva infatti esclusivamente dei prestiti ed escludeva l’idea di un debito comune. La Commissione Ue ha invece accolto il piano franco-tedesco che prevedeva 500 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto, aggiungendone poi altri 250 di prestiti. Sui tavoli europei i rigoristi, in testa l’Olanda, punteranno ad abbassare la quota finale da 750 miliardi di euro e sopratutto a ridimensionare le sovvenzioni, aumentando piuttosto i miliardi destinati ai prestiti. L’eurodeputato olandese dell’Ecr, Derk Jan Eppink, ha già invocato il veto, in caso di nuove “tasse europee che vengono ventilate e anche per eventuali indebitamenti della commissione”.

I fondi raccolti sul mercato e le tasse Ue – L’altro grande tema al centro del dibattito riguarderà infatti il finanziamento del Recovery Fund. Tecnicamente, la Commissione otterrà i 750 miliardi innalzando “temporaneamente” il tetto delle risorse proprie del bilancio comune al 2% del Pil Ue. Aumentare la differenza tra impegni e pagamenti, alzando i primi, consente di avere un “cuscinetto” di risorse, non versate ma esigibili, da usare come base per emettere obbligazioni. La raccolta di fondi sul mercato da parte della Commissione è uno dei punti a cui i Paesi ‘frugali’ si sono opposti fin da subito. La proposta prevede però che il debito così emesso dovrà essere rimborsato tra il 2028 e il 2058, attraverso il bilancio comune post 2027. Non sarà quindi un debito europeo permanente. La battaglia sarà dunque soprattutto sulle cifre: ovvero quanti fondi Bruxelles potrà raccogliere sul mercato. La strada proposta dalla Commissione per ripagare il debito prevede invece di attingere dalle nuove tasse: sulle emissioni, sulle grandi multinazionali, sulla plastica e una digital tax. I rigoristi però si oppongono anche a questa soluzione.

I contributi nazionali e gli sconti Chiusa la partita Recovery Fund, resta il bilancio europeo 2021-27 che dovrebbe essere rafforzato con un aumento dei contributi nazionali rispetto al bilancio precedente. In parte un aumento già previsto, per via dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione: la nuova redistribuzione dei contributi di ciascun Paese era infatti stata al centro di uno scontro nell’autunno scorso. Di fronte, anche allora, gli auto-ribattezzatesi “Amici della coesione” guidati da Francia, Italia e Spagna e i frugali. Lo scontro che si consumerà al vertice di giugno sarà quasi un déjà vu: Paesi come l’Olanda, che negli ultimi 7 anni si sono arricchiti, dovrebbero versare un contributo annuale in percentuale al Pil più alto rispetto al passato. Ma il dibattito riguarderà soprattutto i rebate, ovvero gli sconti che l’Unione europea nel corso degli anni ha garantito ad alcuni Stati e che ora Bruxelles prevedeva di eliminare gradualmente. Nel bilancio 2014-20 Germania, Paesi Bassi e Svezia hanno ricevuto uno sconto sul versamento proporzionato al gettito Iva. Ad Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, esattamente i quattro frugali, è stato garantito anche un rebate su quanto pagato in proporzione al Prodotto nazionale lordo. I rigoristi continueranno a difendere i loro sconti. Anche per questo la Commissione Ue ha già previsto che “gli attuali rebate potrebbero essere gradualmente eliminati per un periodo di tempo molto più lungo di quanto previsto nella proposta del 2018″.

La rigidità del controllo esterno – Un passaggio studiato da Bruxelles per tendere la mano ai rigoristi. Così come lo è anche un altro punto del pacchetto sul Recovery Fund: i soldi che verrebbero immessi nelle economie dei diversi Paesi andrebbero a finanziare programmi europei. Un accorgimento che dovrebbe appunto ammorbidire il gruppo dei “frugali“, rassicurandoli sul fatto che ci sarà un controllo esterno su come i fondi vengono spesi dai Paesi del Sud Europa. Il dibattito in questo caso riguarderà in primis la rigidità di questo controllo e a impuntarsi potrebbero essere anche Spagna, Italia & co, se la linea rigorista dovesse prendere il sopravvento. Allo stesso tempo la battaglia sarà su quanto e quali programmi europei finanziare: il pacchetto di Bruxelles prevede soprattutto investimenti nella transizione verde e nel digitale, nelle infrastrutture sanitarie e nei laboratori, nei settori strategici e nelle catene del valore essenziali in cui l’Ue punta a essere leader.

La road map verso l’approvazione – I fondi per finanziare questi programmi, come detto, saranno comunque disponibili dal 2021. Come “ponte” fino ad allora viene proposto uno stanziamento di 11,5 miliardi da rendere disponibili già quest’anno attraverso l’iniziativa React-Eu, il Solvency Support Instrument per aiutare le aziende messe a rischio dalla pandemia e il Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile. Se i leader dovesse trovare l’accordo a giugno, superando le distanze oggi esistenti, la road map della Commissione Ue prevede poi nel corso dell’estate la consultazione del Parlamento europeo. A settembre dovrebbe essere poi approvata la revisione del bilancio 2014-20, ultimo passaggio prima del Consiglio europeo di ottobre. Il vertice definitivo in vista dell’adozione del nuovo bilancio pluriennale 2021-27, che è prevista a dicembre e che prevede anche la ratifica da parte degli Stati membri. Secondo la previsione di Bruxelles, il Recovery Fund sarà quindi operativo a partire da gennaio 2021.

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