Confindustria ancora una volta critica perché il decreto Rilancio “è carente nel costruire un set di strumenti per la gestione della complessa stagione di crisi industriale che si sta profilando”. E perché cancella sì il saldo Irap 2019 e l’acconto dovuto a giugno, ma quel che serve è “un processo di totale abrogazione dell’imposta” con cui però le Regioni finanziano la sanità. Posizione diametralmente opposta a quella dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, che sottolinea invece come quella riduzione di imposta “generalizzata” andrà anche a vantaggio delle aziende non colpite dalla crisi causata dal Covid. D’accordo i sindacati, che giudicano inoltre insufficienti le risorse per gli ammortizzatori sociali.

Le audizioni in commissione Bilancio alla Camera sulla maxi manovra da 55 miliardi hanno messo in luce diversi punti di debolezza del provvedimento, anche se ognuno legge gli interventi con una lente diversa e la stessa misura che appare sacrosanta alle imprese fa per esempio storcere il naso all’authority che vigila sui conti. Lo stesso accade anche sull’ecobonus e sismabonus del 110% che piace molto alle aziende ma si presta “a fini elusivi o speculativi” secondo l’Upb. Mentre il blocco dei licenziamenti ovviamente promosso dai sindacati è troppo limitativo secondo viale dell’Astronomia. Tutti in compenso concordano sul fatto che le decine di provvedimenti attuativi previsti rischiano di complicare e rallentare il passaggio dalla teoria alla pratica.

Per Confindustria non mancano interventi positivi, frutto di un confronto “tardivo” con il mondo delle imprese, ma il giudizio è tutt’altro che una promozione. Secondo la direttrice generale Marcella Panucci c’è una “eccessiva frammentazione delle misure, nonché la necessità di numerosi provvedimenti attuativi e gli adempimenti burocratici in molti casi richiesti rischiano di vanificare l’obiettivo di avere misure efficaci e immediatamente disponibili”. Per la manovra da 55 miliardi servono circa 90 decreti attuativi, un numero “preoccupante” per viale dell’Astronomia che in aggiunta valuta troppo limitative della libertà d’impresa misure come la proroga del blocco dei licenziamenti fino al 17 agosto “non coordinata con la durata degli ammortizzatori sociali”. In tema di proroghe e rinnovi di contratti a termine, “il decreto introduce una timida deroga alla disciplina dettata dal decreto Dignità” ma “la durata andrebbe fissata, quantomeno, al 31 dicembre 2020”.

Criticità vengono sollevate pure dall’Upb, che sottolinea anch’esso la necessità di numerosi decreti di attuazione, evidenziando come “l’efficacia delle misure dipenderà anche dalla rapidità” e quella di rivedere i “provvedimenti di emergenza e anche quelli maggiormente strutturali” che, spiega il presidente Giuseppe Pisauro, “andranno riconsiderati, tra qualche mese, nell’ambito di una visione maggiormente organica di politica di bilancio”. In particolare, sottolinea l’Upb sugli interventi sull’imposizione fiscale, “spostamenti di versamenti all’interno dell’anno in corso, riduzioni per il solo 2020, rinvii al 2021 e abolizioni definitive di aumenti di imposte, andranno collocati negli anni a venire in un quadro organico di riordino complessivo”, a partire dall’Irap, “fortemente ridotta per l’anno in corso, il cui gettito contribuisce in maniera rilevante al finanziamento del servizio sanitario nazionale“. Proprio sull’Irap la riduzione “generalizzata e rilevante anche per molti settori che hanno risentito meno della emergenza” appare “meno coerente con la finalità di indirizzare le risorse pubbliche alle imprese maggiormente colpite dalla crisi che sembra caratterizzare questa nuova fase di interventi”. “I sottosettori maggiormente colpiti dalle misure di contenimento” del Covid rappresentano “circa il 20% dei contribuenti e a loro andrebbe poco meno del 10% della riduzione complessiva del gettito“.

Ancora più diretta la Cgil, secondo cui “cancellare questa imposta praticamente a tutte le imprese, senza distinzioni, è una scelta politica sbagliata e iniqua: si concede uno sgravio a pioggia, a prescindere sia dallo stato di crisi o dal calo di fatturato, che dalle prospettive potenziali di imprese e settori”. La vicesegretaria generale Gianna Fracassi ha anche avvertito che “il tema della durata degli ammortizzatori Covid e della loro continuità di utilizzo deve essere affrontato in sede di conversione”, riferendosi anche al meccanismo individuato per le nove settimane aggiuntive per la cig (cinque fino ad agosto e altre quattro tra settembre e ottobre).

L’Ufficio di bilancio dal canto suo rileva che “dietro le stime delle risorse” per Cig, Fis e cassa in deroga “sembra esserci come ipotesi latente ma cruciale per le coperture che, durante le 18 settimane, il ricorso alle integrazioni avverrà mediamente per non più della metà delle ore lavorative. Anche se la fase più acuta della pandemia e del lockdown” sembra passata “vi è forte incertezza” su queste stime “rendendo necessario mantenere un attento monitoraggio“. Infatti vista la “crisi acuta e generalizzata” è “plausibile che le percentuali di tiraggio si collochino su valori significativamente più alti di quelle passate“.

Nel complesso le erogazioni, tra ammortizzatori, indennità e Rem, “raggiungono circa un terzo delle famiglie italiane, con incidenze differenziate che dipendono dalla natura e dalla selettività delle prestazioni percepite e dalla tipologia di soggetti che compongono i nuclei familiari (lavoratori dipendenti, autonomi o altro)”, è la stima dell’Upb presentata dal presidente, Giuseppe Pisauro. “Nel complesso circa il 70,6% dei benefici erogati raggiunge il lavoro dipendente, il 24,8 per cento il lavoro autonomo, mentre è stanziato per il Rem circa il 4,6% delle risorse complessive”. Quanto alla distribuzione in base alle fasce di reddito si “evidenzia una maggiore presenza dei nuclei beneficiati in corrispondenza dei decili più bassi: si passa da un’incidenza del 46,6% del primo decile al 25,1% del decimo decile”.

Infine, l’Ufficio sollecita “un approfondimento” per quanto riguarda “l’impatto sui conti pubblici di alcune disposizioni finalizzate al sostegno e rilancio del sistema economico-produttivo”. Il nuovo “Patrimonio destinato” della Cassa depositi e prestiti, che dovrebbe intervenire mediante operazioni di ricapitalizzazione di società per azioni, “costituisce aumento del debito”.

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